Kiev. E' vivo il giornalista Arkady Babchenko dato per morto ieri. L'omicidio era una messa in scena

Arkady Babchenko, il giornalista russo dato ieri sera per vittima di un assassinio a Kiev, è vivo e sta benissimo: a meno di 24 ore dalla sua presunta morte, infatti, si è presentato a una conferenza stampa con il capo dei servizi di sicurezza ucraini a Kiev. La sua morte è stata una messa in scena per catturare "chi voleva attentare alla sua vita".

Il colpo di scena è avvenuto poco fa nella conferenza stampa organizzata dai vertici di sicurezza ucraini, organizzata per dare informazioni sullo sviluppo delle indagini. Il capo degli 007 ha annunciato che il caso è stato "risolto" e ha invitato Babchenko a entrare in sala. Nello sgomento generale il giornalista russo si è presentato sulle sue gambe, "molto vivo" come ha scritto ironicamente l’agenzia Ap.

Tra gli applausi e la sorpresa dei giornalisti presenti, il 41enne ha preso la parola e ha chiesto scusa alla sua famiglia che non era a conoscenza del piano dei servizi ucraini di inscenare la sua morte: "Sono ancora vivo — ha esordito — e chiedo scusa a mia moglie per l’inferno che le ho fatto passare ma non c’era altra alternativa: ringrazio i servizi ucraini per avermi salvato la vita".

"L’operazione speciale, ha continuato Babchenko, è stata preparata per due mesi, io sono stato messo al corrente un mese fa. Hanno lavorato come matti. Il risultato di questo lavoro si è trasformata in un'operazione che ha portato alla cattura di un uomo".

"Sono state raccolte prove evidenti — ha proseguito Babchenko — e la cosa più importante è che la mia vita è stata salvata e che sono stati sventati altri attentati più gravi, perché si stavano preparando ad azioni gravi. Mi hanno detto che c’era un ordine di uccidermi, sono stati pagati i soldi, 40mila dollari, un bel prezzo direi, mi hanno fatto vedere i documenti, il mio passaporto, la foto che c’è solo nel mio passaporto, quando l'ho fatto, e nell'ufficio che li rilascia, ed è stato chiaro che l'informazione arrivava dalla Russia, evidentemente dai servizi speciali".

"Mi hanno proposto di partecipare a questa operazione e io ho accettato — ha proseguito il giornalista — tanto sarebbe andata avanti lo stesso. Le pressioni che sono state fatte oltre confine [sugli esecutori] sono state forti, hanno provato ad accelerare per far combaciare l’azione con la finale di Champions, ho dovuto far finta di partire, i fatti di ieri sono stati solo una coincidenza... chi sperava che i morissi fra poco possono continuare ad aspettare", ha aggiunto il reporter.

Accanto a Babchenko c’erano il procuratore generale Yuriy Lutsenko e il capo dei servizi segreti ucraini Vasily Gritsak che hanno confermato di aver arrestato un cittadino ucraino che avrebbe ricevuto 40 mila dollari dai servizi di sicurezza russi per organizzare l'omicidio.

Solo poche ore fa lo scenario era totalmente diverso e avevamo ricostruito così l'accaduto:

Tre colpi di pistola alla schiena mentre rientrava a casa. E' morto così il giornalista russo Arkady Babchenko, che viveva dal 2017 in esilio a Kiev dopo essere stato oggetto di minacce per le sue posizioni polemiche contro la politica del Cremlino in Siria e Ucraina.

A riferire la notizia l'agenzia di stampa russa Interfax. Stando alle prime informazioni pubblicate dai media russi e ucraini, al momento dell’attacco sua moglie era in bagno e lo ha ritrovato nel corridoio coperto di sangue. Il giornalista – veterano di guerra – sarebbe morto in ambulanza prima di raggiungere l’ospedale.

Nato nel 1977, Babchenko aveva combattuto nelle forze armate russe nei due conflitti in Cecenia, per poi abbandonare la divisa 2000 e dedicarsi al giornalismo, lavorando come corrispondente di guerra per Moskovsky Komsomolets e Zabytyi Polk.

Successivamente ha scritto anche per Novaya Gazeta e ha pubblicato libri, uno dei quali pubblicato anche in Italia, da Mondadori, con il titolo "La guerra di un soldato in Cecenia".

Babchenko, come altri giornalisti russi, avrebbe pagato con la vita le dure critiche rivolte al presidente Vladimir Putin. Prima si era schierato apertamente contro la destabilizzazione dell'Ucraina da parte della Russia e aveva coperto il conflitto con i suoi reportage. Poi, nel febbraio del 2017, in seguito ad una campagna d’odio nei suoi confronti per aver scritto un post su Facebook in cui sostanzialmente si dichiarava indifferente per l'incidente aereo del Natale 2016 costato la vita all'intero coro Alexandrov Ensemble, aveva deciso di lasciare la Russia, trasferendosi prima a Praga e poi a Kiev, dove lavorava per la tv Atr.

"Qui non mi sento più sicuro", aveva scritto elencando tutte le minacce che aveva subito dopo quel post, anche da parte del deputato ultranazionalista Vitaly Milonov e dal senatore Frants Klintsevich. Il network Tsargrad, guidato da Alexander Dugin, definito da molti osservatori come l'ideologo di Putin (sebbene questa sia una tesi alquanto controversa e tutta da provare), lo aveva ad esempio inserito al decimo posto dei 100 russofobi più pericolosi.

Quella di Babchenko è solo l’ultima di una serie di morti sospette, tutte di critici di Mosca, avvenute a Kiev negli ultimi mesi. Nel marzo del 2017, ad esempio, Denis Voronenkov, ex deputato del partito comunista e anche lui schierato contro la guerra in Ucraina era stato freddato a colpi di pistola nelle strade del centro città.

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