Copyright in rete. La proposta torna al Parlamento Europeo

Il 12 settembre a Strasburgo il Parlamento Europeo è chiamato a votare su una proposta di direttiva per riformare le regole del copyright e in particolare il diritto d’autore in rete. Favorevoli e contrari sono tornati a far sentire la propria voce sottolineando le motivazioni di una o dell'altra posizione.

D'altronde il tema è delicato e l'opinione pubblica si è spaccata in due: da una parte gli editori tradizionali che chiedono che il lavoro dei giornalisti sia tutelato dal copyright anche in rete, dall'altra i grandi operatori digitali come Facebook e Google che invece invocano la libertà e la gratuità del web.

La proposta era già stata analizzata dal Parlamento Europeo il 5 luglio scorso con l'assemblea che aveva bloccato momentaneamente la riforma. In quell'occasione aveva fatto notizia la protesta di Wikipedia che aveva inibito per alcuni giorni l'accesso alle sue pagine italiane in segno di protesta.

In occasione della nuova riunione, invece, ha avuto una grossa eco una lettera appello scritta dal responsabile dell'ufficio di Baghdad dell'agenzia France Presse, Sammy Ketz e sottoscritta da 103 giornalisti di tutta Europa.

L'assunto fondamentale della lettera è che per fare un giornalismo di qualità è necessario che anche i grandi gruppi del web paghino per sfruttare i contenuti prodotti sul campo da inviati che altrimenti non potrebbero più raccontare quello che avviene nel mondo.

Attualmente i giganti di Internet possono "saccheggiare" le pagine web dei media indipendenti per poi rilanciare liberamente sui propri siti notizie e contenuti. Una pratica costante, che genera importanti entrate pubblicitarie a favore dei colossi della Silicon Valley ma rischia di mettere in serie difficoltà agenzie e testate on line.

Per questo anche gli editori si sono schierati a favore della riforma (che ha raccolto adesioni anche del mondo del cinema, della musica e più in generale dei creatori di contenuti di tutto il mondo). Fortissima, invece, l’opposizione sia da parte degli operatori del web che degli attivisti delle libertà su internet.

Quello che la proposta di direttiva vuole cambiare "è in realtà molto semplice", spiegano gli editori. Al momento Google, Amazon, Facebook e Apple utilizzano, senza pagare, grandi quantità di notizie prodotte e fotografie, con costi molto elevati, da editori e agenzie di stampa e in questo modo attraggono una quota crescente di risorse pubblicitarie che in precedenza permettevano ai media di vivere. La situazione, secondo i firmatari della lettera, è tale che Facebook e Google sono diventati un duopolio: nel 2017 hanno raccolto l’80% della spesa pubblicitaria globale su internet, a esclusione della Cina".

Secondo la proposta di riforma, i giganti di Internet dovrebbero condividere una piccola frazione delle loro entrate commerciali con chi effettivamente produce le notizie e le fotografie. Per i firmatari infatti, l'articolo 11, così come proposta dalla Commissione Juri rappresenta un "grande passo avanti", dato che riconosce "la necessità di proteggere gli investimenti nei contenuti, di rendere la gestione del diritto d'autore adatta all'ambiente digitale, di far sì che lo sfruttamento digitale dei contenuti giornalistici sia equo e di assicurare l'esistenza di una stampa in salute, democratica, plurale e libera, a beneficio dei giornalisti europei, dei cittadini e della democrazia europea".

L’articolo 11 così come proposto nel testo, ricordano le associazioni, contrariamente a quanto erroneamente affermato da più parti, "esclude chiaramente i collegamenti ipertestuali (hyperlinks o link) e non penalizza i lettori che condividono gli articoli" sui social, "dato che si applica unicamente agli utilizzi da parte dei fornitori di servizi della società dell’informazione".

Si tratta insomma di adattare la legislazione sul copyright alla realtà attuale. L’ultima direttiva europea in materia, infatti, risale a un’epoca in cui Google Facebook YouTube e gli smarthpones non erano ancora nati. Adesso la parola torna al parlamento Europeo.

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