A Venezia le facciate delle chiese si trasformano in cartelloni pubblicitari per finanziare i restauri

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La facciata della chiesa della Pietà a Venezia - Foto di Sebastià Giralt da https://www.flickr.com/

Le bellissime facciate delle chiese veneziane trasformate in enormi cartelloni pubblicitari di ogni tipo. Una cattiva abitudine che sta tornando di moda nel capoluogo veneto come racconta Enrico Tantucci su La Nuova di Venezia e Mestre. Così la facciata settecentesca della chiesa della Pietà è coperta da coloratissimi K-Way, su quella della chiesa della Salute campeggia la reclame di Bottega veneta, Tim Vision sulle impalcature della chiesa di San Moisè e la facciata di San Salvador è coperta dalla promozione pubblicità del “Giro d’Italia a vela” promosso dalla Marina militare.

Non certo una novità, quella di finanziare il restauro di grandi opere anche grazie alla pubblicità. Di certo ciò che stona maggiormente è l’unione di “sacro e profano”, luoghi di culto “venduti”, in un certo senso, al bieco profitto economico. Senza dimenticare l’aspetto di depauperamento culturale nel vedere monumenti storici, per cui arrivano turisti da tutto il mondo, trasformati in mastodontici cartelloni pubblicitari.

Senza contare che, in alcuni casi, come quello della chiesa della Pietà, la presenza delle maxi reclame sulle facciate durano anni, in alcuni casi decenni, per finanziare restauri che non si esauriscono mai, con autorizzazioni periodicamente rinnovate dalla Soprintendenza senza arrivare mai a una conclusione.

E dire che, riporta ancora La Nuova, diversi anni fa, per mettere un freno a questa brutta abitudine “era stato addirittura modificato il Codice dei Beni Culturali del ministero della Cultura, per renderlo più stringente sotto questo aspetto”. Nonostante il divieto di affissione “di cartelli o altri mezzi di pubblicità sugli edifici e nelle aree tutelati come beni culturali” specificato esplicitamente dall’articolo 49 del Codice, la storia non è cambiata.

“Ci siamo evidentemente dimenticati a Venezia – ha dichiarato il procuratore di San Marco, Amerigo Restucci, al quotidiano veneto – il principio evangelico che dice ‘fuori i mercanti dal tempio’. Non è possibile questa mercificazione diffusa e prolungata dei luoghi di culto”.

“So bene che la giustificazione delle maxi pubblicità – prosegue ancora il professor Restucci, – è quella che con i proventi ricavati da esse, è possibile finanziare interventi di restauro che riguardano le stesse chiese. Ma mi domando allora perché il Comune ha istituito l’imposta di soggiorno, che dovrebbe servire nelle sue funzionalità a migliorare anche l’aspetto della città, non ne utilizzi almeno una parte proprio per finanziare i restauri delle chiese, che sono anche degli importanti catalizzatori di presenze turistiche. In questo modo si eviterebbe questo scempio visivo che secondo me influisce anche sulle stesse presenze turistiche all’interno delle chiese, perché è difficile essere attratti da un luogo di culto che assomiglia a un gigantesco cartellone pubblicitario”.

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