Accade Oggi – Usa-Cina, la guerra continua – a cura di Telpress

0
220
Proteste ad Hong Kong Foto - Studio Incendo Wikimedia Commons

Che la tecnologia sia il teatro dove lo scontro decisivo fra Usa e Cina è già in corso, prima ancora del fronte militare, è noto da quando Pechino rincorreva le compagnie americane per rubare la proprietà intellettuale. Ora che però sta diventando più indipendente su questo terreno, la sfida è frontale. Lo dimostrano gli attriti su Hong Kong, e lo stop imposto su Didi, l’Uber cinese che ha debuttato a Wall Street e che non potrà più essere scaricata. Il primo colpo è stato sparato il 25 giugno, quando l’Asia Internet Coalition ha recapitato una lettera al Privacy Commissioner for Personal Data dell’ex colonia britannica, con cui avvertiva: «L’unica maniera di evitare queste sanzioni da parte delle compagnie tecnologiche ammoniva il documento rivelato dal Wall Street Journal – sarebbe astenersi dall’investire e offrire i propri servizi ad Hong Kong». L’Asia Internet Coalition è un’organizzazione basata a Singapore che rappresenta tutte le aziende più importanti del settore, Apple, Google, Facebook, Amazon, Twitter, eccetera. Ma perché i giganti della Silicon Valley si sono uniti, per minacciare la fuga dalla città che un tempo incarnava la corsa dell’intero continente verso la modernità? La ragione sta negli emendamenti proposti a maggio dal Constitutional and Mainland Affairs Bureau, per cambiare le leggi sulla protezione dei dati. In teoria, l’iniziativa aveva lo scopo di combattere il doxing, punendolo con pene fino a cinque anni di prigione e multe fino ad un milione di dollari locali. Si tratta dell’antipatica azione di pubblicare le informazioni private di persone che si vogliono screditare. Era stata abusata durante le proteste del 2019 tanto dai manifestanti, che la usavano per rivelare le identità dei poliziotti oppressori scesi in strada senza targhette di riconoscimento, quanto dalle forze dell’ordine, che si erano vendicate mettendo sulla piazza digitale i dati degli oppositori. Per la Silicon Valley i problemi sono due: primo, le nuove regole in realtà sono pensate per castrare la libertà di espressione e perseguitare i dissidenti; secondo, i dipendenti delle sue aziende rischiano di andarci di mezzo, perché possono essere accusati di aver fornito agli oppositori gli strumenti per violarle (Stampa p.21)