Altra benzina sul fuoco – Pew Research Center: 7 americani su 10 si informano dai social.

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Editori sì, editori no? Questo è il grande dilemma, e non è certo il dilemma di oggi. Da tempo si sta cercando di trovare la “casellina giusta” in cui inquadrare i giganti social della rete, nati per creare connessioni fra le persone e raccontarsi, ma diventati ormai mastodonti finanziari che offrono tutto, dalla satira ai video, dall’e-commerce alla raccolta fondi per cause benefiche, dalla vetrina alla platea, palcoscenico per artisti, ma anche pulpito per predicatori d’ogni genere. È sempre più evidente quanto i social network siano importanti nel formare opinioni politiche e non, nel dirigere movimenti e nel proporre cambiamenti, come purtroppo hanno dimostrato i fatti di Washington del 6 gennaio scorso.

Ad alimentare ancor più il dibattito, già acceso dopo la decisione di Facebook, Twitter, Snapchat, YouTube, Reddit, fra gli altri, di sospendere temporaneamente o in modo permanente gli account del presidente uscente Trump per ripetute violazioni dei termini di servizio e incitamento alla violenza, arriva una nuova indagine del Pew Research Center che evidenzia un dato fondamentale: il 71% degli statunitensi si informa, più o meno regolarmente, sui social network.

Sappiamo quanto sia difficile trovare un equilibrio fra l’accuratezza delle informazioni – soprattutto quelle di particolare importanza – e la possibilità per gli utenti di condividere ciò che vogliono, in libertà. Eppure, di fronte ai dati comunicati dal Pew Research Center, è evidente quanto trovare questo equilibrio sia ormai di fondamentale importanza.

Le piattaforme social sono ormai diventate una fonte d’informazione cruciale, ecco perché l’accuratezza e l’attendibilità di quanto vi si trova sono fondamentali. Se le persone compiono scelte di vita basandosi sulle informazioni che trovano su Facebook e Twitter, allora è importante che queste piattaforme si accertino che le informazioni di cui fruiscono quelle persone siano corrette. Ma in qualità di aziende private nate per ospitare ‘gratuitamente’ contenuti generati dagli utenti per comunicare fra loro, è davvero una loro responsabilità?

Il dibattito non cesserà certo con l’insediamento di Biden e la chiusura di decine di migliaia di account falsi o legati a movimenti estremisti, e alcuni Senatori Democratici hanno già auspicato nuove investigazioni sul ruolo giocato da Facebook, Twitter e Google nei disordini di Capitol Hill. “Sono altamente responsabili”, ha dichiarato il senatore Richard Blumenthal, democratico, al Washington Post subito dopo gli eventi del 6 gennaio. “Hanno ignorato ripetuti segnali di pericolo e richieste di procedere con degli accorgimenti”, sostenendo che avrebbero potuto agire più rapidamente man mano che la manifestazione si faceva più violenta, anziché attendere “fino a molto tempo dopo che sangue e vetri infranti erano sparsi nelle sale del Campidoglio”.

Una cosa è certa, dai dati raccolti dal Pew Research Center quasi 2 statunitensi su 3 si informano anche o in buona parte attraverso ciò che trovano sulle piattaforme social, e l’influenza di queste ultime non può più essere negata. In testa fra le piattaforme preferite dagli utenti per informarsi c’è Facebook, seguita da YouTube e Twitter. Fra gli algoritmi, quello di Facebook è sicuramente il più discusso, perché predilige contenuti altamente divisivi e provocatori. Lo evidenzia quotidianamente il tweet del giornalista Kevin Roose del New York Times tramite il profilo @FacebooksTop10, che prende i dati direttamente da CrowdTangle, la piattaforma di analytics di proprietà di Facebook stessa:

E per quanti conoscono anche solo un po’ gli algoritmi di Facebook, è ovvio che sia così, perché contenuti estremamente polarizzanti favoriscono discussione ed engagement, che ne aumentano la distribuzione. Naturale che Facebook, un’azienda quotata in borsa, favorisca contenuti ingaggianti, perché sono questi che spingono gli utenti a restare più tempo sulla piattaforma o a tornarci con regolarità, e sono gli utenti cui vengono poi proposti i contenuti sponsorizzati che costituiscono la quasi totalità degli introiti dell’azienda. Non c’è dubbio che vi siano rischi connessi all’aver reso un’azienda privata e votata al profitto una delle fonti d’informazione preferenziali per una buona fetta della popolazione statunitense (e azzarderemmo anche di molti altri paesi in cui la piattaforma è accessibile), ma anche la quasi totalità delle testate giornalistiche (radiofoniche, televisive, cartacee, digitali) è privata e finalizzata anche al profitto. Anche in questo caso abbiamo esperienza diretta di quanto contenuti divisivi postati dagli account di testate giornalistiche registrate funzionino meglio sui social di quanto non avvenga per contenuti più neutri o meno polarizzanti.

La ricerca del Pew Research Center ci dà altri dati interessanti su cui riflettere, in questo dibattito. Facebook è la fonte d’informazione preferenziale per le donne (il 63% di quanti usano la piattaforma per tenersi aggiornati), con una età compresa fra i 30 e i 49 anni (41%) e tendenzialmente con un grado di studio medio basso (liceo o inferiore per il 39% degli utenti). Anche Instagram vede le donne in vantaggio, con il 60% degli utenti che lo scelgono per informarsi, ed è come prevedibile la piattaforma preferita dai più giovani (il 47% di quanti lo usano come fonte d’informazione ha un’età compresa fra i 18 e i 29 anni), ma il 69% del pubblico ha una laurea o un titolo di studio post-universitario. Le altre piattaforme prese in esame, Twitter, Reddit, YouTube e Linkedin, sono preferite da uomini prevalentemente Millennials (30-49 anni). Twitter e LinkedIn in particolare sono i canali preferiti da un pubblico che ha almeno la laurea, se non titolo di studio superiore.

Un altro elemento interessante che emerge dall’analisi e su cui necessariamente tocca riflettere è il grado di fiducia sull’attendibilità delle informazioni e delle notizie che si trovano sui vari social: solo il 39% degli intervistati, infatti, confida che i contenuti siano “ampiamente attendibili”. Da qui potrebbe sorgere spontanea la domanda sul perché andiamo ad informarci sui social, se riponiamo così poca fiducia nell’attendibilità dei contenuti e delle fonti, ma tant’è.