Avv. Iacovino: “Sentenza innovativa, la Rai trema e l’Inpgi può sperare”

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L'avvocato Vincenzo Iacovino

Nei corridoi di Viale Mazzini si vocifera di una recente sentenza della Corte di Appello di Roma grazie alla quale una giornalista Rai con contratto a partita Iva ha ottenuto il riconoscimento del rapporto di lavoro giornalistico dal 2010, le differenze retributive e la relativa contribuzione oltre al risarcimento danni. Insomma, l’assegno da firmare da parte dell’Azienda è stato corposo… Una sentenza che al settimo piano – dove non a caso a ottobre è spuntata una circolare interna per cercare di ridurre il rischio di contenzioso – avrebbero letto con molta attenzione. E altrettanto dovrebbe fare il “popolo” delle partite Iva che lavora tuttora nelle redazioni Rai (e non solo). E un’occhiata alla sentenza sarebbe bene la dessero anche in casa Inpgi, istituto di previdenza dei giornalisti ormai al collasso. AdgInforma ha chiesto conferma di queste voci all’avvocato Vincenzo Iacovino che ha assistito la giornalista.

Avvocato, sono solo voci o questa sentenza esiste davvero? “Confermo, è sulla mia scrivania”.
Partiamo dal principio. “La vicenda – ha spiegato Iacovino – riguarda una delle tante partite Iva che lavorano a contratto con la Rai, pur essendo in possesso del titolo di giornalista professionista. La donna, dopo anni di contratti in diverse trasmissioni Rai in cui continuava ad esercitare di fatto la professione giornalistica, aveva già avuto riconosciuto dal Tribunale del lavoro in primo grado la subordinazione, ma con inquadramento da programmista regista”.
Beh, poteva ritenersi soddisfatta… “Per niente, la sentenza da una parte aveva decretato la nullità del rapporto di lavoro a partita Iva e disvelato la vera natura di rapporto di lavoro subordinato, dall’altra però non aveva ancora reso appieno giustizia alla reale professione svolta. Per questo è stato presentato ricorso alla Corte d’Appello”.
E sembra che abbiate fatto bene? “Finalmente i giudici di secondo grado – ha raccontato l’avvocato Iacovino – hanno evidenziato come la stessa, sistematicamente inquadrata dalla Rai con contratto di lavoro autonomo, in realtà abbia svolto sin dall’inizio un lavoro giornalistico di natura subordinato in programmi di indubbio carattere informativo”.
Come avete dimostrato la subordinazione? “La giornalista a partiva Iva ha dimostrato di essere quotidianamente preposta alla realizzazione di inchieste e servizi, messi in onda durante le trasmissioni, con inserimento stabile e continuativo all’interno degli uffici della Rai. La sentenza ha confermato che la giornalista ha in realtà svolto la prestazione lavorativa utilizzando i mezzi della Rai, sulla base di turni predisposti per il servizio e per l’utilizzo delle sale di montaggio, il tutto sotto le direttive gerarchiche e con contatto costante con il capo redattore e l’autore del programma, la partecipazione alle riunioni di servizio anche da remoto e controllo finale del lavoro svolto da parte del conduttore del programma”.
Ma perché questa sentenza è così importante? “La Rai ha insistito molto sulla circostanza che il capo redattore che dava disposizioni non fosse un dipendente della Rai. Ma ciò non esclude il vincolo della subordinazione, poiché, anche secondo quanto condiviso dai giudici d’Appello lo stesso capo redattore, sia pure sulla base di contratti di lavoro autonomo, faceva parte dell’organizzazione aziendale con la conseguenza che gli ordini e le disposizioni devono considerarsi diretta emanazione dell’organizzazione aziendale”.
Eppure la giornalista nel 2019 – nelle more del giudizio – si era dimessa da programmista regista per essere finalmente assunta alla Tgr come redattore per scorrimento della graduatoria del 2013 ove si collocava come idonea. “Sì, ma i giudici non lo hanno ritenuto di ostacolo alla decisione. La giornalista, infatti, non ha mai rinunciato ai diritti rivendicati nel giudizio pendente e, soprattutto, si è sempre rifiutata categoricamente di sottoscrivere una transazione pretesa per accordo Rai-Usigrai e prevista dal bando del 2012”.
Perché non firmare una transazione a fronte di un’assunzione, lo fanno praticamente tutti? “Perché è illegittimo – ha aggiunto Iacovino – E’ illegittima sia la clausola del bando sia l’accordo sindacale presupposto che prevede la sottoscrizione di una transazione per essere assunti dopo aver vinto un concorso. Coloro che vincono un concorso non devono transigere su nulla proprio perché vincitori di concorso. Ragionare diversamente equivarrebbe a far rinunciare a diritti e ad azioni in palese violazione della Costituzione come ha già sancito il Tribunale del lavoro di Roma in altra vertenza”.
Nessuna rinuncia, insomma? “Io suggerisco sempre di non firmare e di non rinunciare a nulla. Ed infatti proprio grazie alla ferma presa di posizione della giornalista di non sottoscrivere alcuna rinuncia in sede transattiva, per essere assunta nonostante avesse vinto il concorso, e non trovando applicazione la legge Fornero, è stato possibile ottenere anche il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato giornalistico pregresso, quello cioè che partiva dal 2010 e che era stato erroneamente inquadrato come programmista regista, sempre a seguito di giudizio, con un cospicuo risarcimento del danno. Va evidenziato che sulla inapplicabilità al lavoro autonomo delle limitazioni previste dalla legge Fornero si è già espressa la Suprema Corte di Cassazione anche di recente”.
Chi dovrebbe leggere con attenzione questa sentenza? “A parte la Rai, le diverse centinaia di giornalisti assunti tramite il concorso che abbiano svolto mansioni di fatto giornalistiche nonché i 250 giornalisti stabilizzati, con il cosiddetto ‘giusto contratto’, sempre da bando pubblicato ed applicato previo accordi con il sindacato. Anche in questo caso i giornalisti hanno dovuto firmare una transazione per essere stabilizzati. È chiaro che così facendo la Rai, d’accordo con il sindacato, ha ottenuto delle transazioni evitando di pagare a diverse centinaia di giornalisti in precedenza utilizzati con partita Iva ed altri contratti, il loro giusto compenso, come da contratto collettivo, e di versare i corrispettivi contributi previdenziali dovuti all’Inpgi qualora accertata la natura giornalistica subordinata del rapporto svolto di fatto”.
Un vantaggio per Viale Mazzini e un buco nelle casse dell’Inpgi? “Direi di sì! E’ evidente il vantaggio per la Rai ma altrettanto evidente il danno che, anche grazie ad accordi sindacali poi trasfusi nei bandi, è stato procurato alle casse dell’Inpgi, notoriamente in deficit e da tempo in uno stato di crisi preoccupante per la categoria”.
Una sentenza che getta un’ombra su queste transazioni? “Le transazioni firmate dai giornalisti sono carta straccia – ha decretato Iacovino – se non contengono riferimenti alla rinuncia di diritti specifici. Questo significa che il pregresso rapporto lavorativo giornalistico potrà pur sempre essere rivendicato, nei termini di legge, con diritto alle differenze retributive, al risarcimento dei danni e al versamento dei contributi previdenziali per il periodo lavorato”.
E l’Inpgi cosa potrebbe fare ora? “Premesso che l’Inpgi può sempre agire d’ufficio, per accertare la natura subordinata dei rapporti di lavoro di fatto svolti con recupero dei contributi dovuti, non essendo vincolato dalle transazioni, a maggior ragione oggi deve procedere per recuperare i contributi dovuti alla lavoratrice e a tanti altri che hanno lavorato come lei”.
Argomento d’attualità quello dell’Inpgi. “Certamente, visto che i principi espressi dai giudici, grazie a queste azioni giudiziarie individuali, potrebbero costituire un valido input volto ad accertare amministrativamente e giudiziariamente la natura giornalistica subordinata di centinaia di giornalisti con lavoro autonomo a partita Iva e recuperare – ha concluso l’avvocato Iacovino – centinaia di milioni di euro riportando in attivo le casse dell’ente”.

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