Cda Rai: per Riccardo Laganà 3 anni (e forse 6) in un palazzo d’amianto

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Riccardo Laganà, foto da streaming.

Dunque Riccardo Laganà, consigliere Rai eletto dai dipendenti, ha rotto gli indugi: sarà candidato al prossimo cda. Sul viso qualche “ruga” in più, “testimone di episodi piacevoli e altri meno”. Nel 2018 – tra la sorpresa generale – fu scelto tra dodici candidati con 1.916 voti. Ebbe la meglio su Roberto Natale, giornalista indicato dall’Usigrai. E su Gianluca De Matteis Tortora, funzionario scelto da Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Ora, a 46 anni, il fondatore e ideatore di “Indignerai” – tecnico di produzione assunto in Azienda nel lontano 1996 – ritenta l’avventura di Viale Mazzini.

IL MASANIELLO DI VIA TEULADA – Partito con 400 firme – poi tramutatesi grazie soprattutto ai social in quasi duemila voti – Laganà aveva un programma di governo davvero ambizioso: “Portare la base al settimo piano” per farlo diventare “una casa di vetro”. Far salire nell’ascensore con la chiave 13 mila dipendenti e introdurli in quelle stanze senza amianto, pulite, ovattate, parquettate, con piante lussureggianti e preziosi arazzi alle pareti. Portare tutti senza filtri nel cda, in streaming sul ponte di comando. Nella sua agenda la valorizzazione delle risorse interne, anche tramite la rivisitazione dello strumento del job posting; dignità del lavoro, con il mantenimento dell’attuale perimetro occupazionale e il ritorno del prodotto in azienda. No, dunque, allo svilimento delle professionalità interne, al mobbing e ad appalti ed esternalizzazioni selvagge. E poi basta con la disparità di genere nei ruoli dirigenziali, sì alla meritocrazia nella gestione del personale e alla trasparenza nell’amministrazione aziendale. E “stop ai contratti degli artisti secretati…”. Fari puntati dunque sullo strapotere (e sui conflitti d’interessi) di produttori e agenti, sugli appalti (milionari) del palinsesto e sulle società esterne. Il tutto issando la bandiera del servizio pubblico pagato con i soldini degli italiani.

NAUSEA E VERTIGINI – Gli sono bastati pochi mesi al settimo piano per capire che avrebbe dovuto lottare anche solo per ottenere una stanza, e per accorgersi che la Sala Orsello – dove la compagnia (ad eccezione di Rita Borioni) era complicata – non aveva i bottoni. L’impressione era che molte delle decisioni prese nascessero in altri Palazzi. Ha comunque ascoltato – come lui stesso ha raccontato in lunghi e gustosi post su Facebook – le voci dell’azienda, anche in trasferta nei centri di produzione. Storie belle, di successo e di orgoglio. Ma anche tragiche, di lotta, di abnegazione, di recriminazione, e di profonda ingiustizia. Ha votato contro tagli al costo del personale (stranamente riservati sollo alla base) e ai budget del prodotto made in Rai. Ha denunciato nomine senza criterio, senza reale bisogno e senza progetto editoriale. E ha vissuto ore difficile in quegli estenuanti board. Si susseguivano i cda, con la pandemia si facevano pure a ferro di cavallo o da remoto, e le vecchie abitudini – con o senza covid – restavano sempre le stesse. E se non sei abituato alle altezze del settimo piano, ammetteva Laganà, soffri di “nausea e vertigini”. Ora in questa campagna elettorale porta sul petto la medaglia di un piano industriale non votato (“manca trasparenza”), costato “circa un milione di euro di consulenza esterna senza che nemmeno una direzione di genere in sostituzione delle Reti sia mai nata”. Ha imparato a conoscere logiche e dinamiche ben radicate, ha costatato con mano che il cordone ombelicale con i Palazzi del governo e le segreterie di partito non è stato reciso, e ha scoperto lo sport sempre in voga della scalata alle poltrone. Alla fine ha sentenziato: il cda è “come una scatola di cioccolatini non sai mai quello che ti capita…” ; di “trasparente ho visto solo il bicchiere di vetro di fronte alla mia postazione”. Un “cda psichedelico”, insomma, in cui “ho spiegato banalmente – aggiunge Laganà – che se non si applicano criteri trasparenti nel gestire il personale si rischia di lasciare spazio a pratiche lottizzatorie che buttano nel water il merito, la competenza, il buon andamento aziendale oltre che danneggiare l’immagine dell’azienda”.

UN’ALTRA CORSA – Ora, come detto, dopo tre anni di esperienza Laganà ci riprova. Sulla sua strada naturalmente ci sono i sindacati. Presto si riuniranno per decidere chi candidare. L’ultima volta andarono in ordine sparso e fu una débâcle. Questa volta – a quanto apprende AdgInforma.it – si farà il tentativo (difficile) di individuare un candidato unico che possa rappresentare tutti. E il nome di partenza non potrà che essere proprio Laganà… Più di 5.000 tra dirigenti, funzionari, quadri, giornalisti, impiegati, operai, orchestrali, coristi, medici e così via sono iscritti ad almeno uno dei sindacati (Adrai, Usigrai, Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil, Snater, Ugl-Informazione e Libersind-Confsal). È da questa imminente tavola rotonda che passa dunque l’esito della “partita”. Lo schema è sempre lo stesso: chi ha i voti (la base) non ha i candidati; e chi ha i candidati (dirigenti e giornalisti) non ha i voti… La certezze è che portare in cda un consigliere (vecchio o nuovo che sia) votato da gran parte dei lavoratori darebbe all’eletto un peso gestionale e politico molto più forte anche guardando all’attuale passaggio a Palazzo Chigi. Dal governo del migliore c’è d attendersi un “ticket” dei migliori, sia a livello gestionale sia per l’attenzione al prodotto. Se i dipendenti vogliono contare almeno un po’ bisogna mandarne uno al settimo piano che sia acclamato dalla folla…

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