Censis. In pandemia comunicazione eccessiva, confusa e ansiogena. E gli italiani hanno avuto paura

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Foto di Markus Distelrath da Pixabay

Il 2020 verrà ricordato sicuramente come l’anno della pandemia da Covid-19 ma anche come quello della “infodemia comunicativa” su questo tema. Un virus diverso da quello che il mondo intero sta combattendo da oltre un anno ma che ha ricadute concrete sulla vita delle persone. Lo rileva il Rapporto Ital Communications-Censis, “Disinformazione e fake news durante la pandemia: il ruolo delle agenzie di comunicazione”, presentato questa mattina nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani a Roma. I risultati di questa iper informazione, spesso di dubbia provenienza o addirittura del tutto falsa, sono l’ansia, la generazione di allarme sociale e visioni distorte della realtà. Lo confermano gli italiani intervistati che hanno trovato la comunicazione sul Covid 19 per lo più confusa (il 49,7% ), ansiogena (il 39,5% un dato che sale al 50,7% tra i più giovani) ed eccessiva ( il 34,7%) . Solo per il 13,5% della popolazione l’informazione su questo tema è stata equilibrata. Una confusione che ha generato nella popolazione un senso di paura (secondo il 65,0% degli italiani), soprattutto tra i soggetti più deboli (72,5% degli over 65enni e il 79,7% tra chi ha al massimo la licenza media).

A causare questo cortocircuito informativo è stata l’enorme domanda di informazione su un argomento che ha interessato tutta la popolazione, che i media hanno avuto grosse difficoltà a gestire in modo adeguato. Un’esigenza di informazione che i nostri connazionali hanno cercato anche al di fuori dei media tradizionali, soprattutto sui social network che rappresentano la nuova frontiera dell’informazione disintermediata, in cui viene meno il filtro dei professionisti e che genera spesso le notizie false in grado di propagarsi in modo molto veloce grazie ai meccanismi di condivisione di cui vivono queste piattaforme.

Basti pensare che 50 milioni di italiani, pari al 99,4% degli italiani adulti, hanno cercato informazioni sulla pandemia da diverse fonti, informali e non, creando un proprio personale palinsesto informativo. Se da un lato i media tradizionali (televisione, radio, stampa) si sono rivelati ancora lo strumento preferito dagli italiani per avere notizie (38 milioni di persone), fa riflettere il dato di circa 15 milioni di italiani che, invece, si sono informati tramite i social network. In mezzo ci sono i 26 milioni di concittadini che hanno seguito i siti internet di fonti ufficiale, primi tra tutti quelli della Protezione Civile e dell’Istituto Superiore della Sanità, per avere un’informazione attendibile su contagi, ospedalizzazioni, decessi. Al medico di medicina generale si è rivolto un italiano su quattro, 12,6 milioni in valore assoluto, mentre oltre 5,5 milioni hanno chiesto aiuto a un medico specialista e 4,5 milioni a un farmacista di fiducia.

È sulla rete che le fake news trovano terreno fertile, sempre per la mancanza di verifica e controllo che dovrebbe essere garantita dai giornalisti. Sono 29 milioni (il 57,0% del totale) gli italiani che durante l’emergenza sanitaria hanno trovato su web e sui social media notizie che poi si sono rivelate false o sbagliate su origini, modalità di contagio, sintomi, misure di distanziamento o cure relativi a Covid-19.

Il ruolo delle agenzie di comunicazione – Da questi dati emerge come sia di fondamentale importanza il ruolo di figure affidabili e competenti che possano porsi da intermediari tra la domanda di informazione e la mole sterminata di notizie che abbiamo a disposizione. In questo senso, dice il rapporto, le agenzie di comunicazione possono rappresentare un valido argine contro la cattiva comunicazione poiché, mentre lavorano per valorizzare e supportare l’immagine dei propri clienti, operano anche per i media e per la qualità dell’informazione veicolata.

In questo senso il panorama delle agenzie di comunicazione italiano è quello di un settore in espansione sebbene ancora formato per lo pià da realtà piccole se non addirittura piccolissime. In Italia, dice il rapporto, sono attive 4389 agenzie di comunicazione, dove lavorano 8311 professionisti. Aziende che, dal 2015 al 2020 hanno fatto registrare una crescita +12,5%, che non si è fermata neanche nell’anno della pandemia sanitaria (+1,2%). Sono realtà concentrate per lo più al nord del Paese e che hanno una media di 1,9 addetti per impresa.

A discutere di questi risultati sono intervenuti il presidente del Censis Giuseppe De Rita, il Founder Ital Communications Attilio Lombardi,; il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria e all’informazione Giuseppe Moles; Alberto Barachini, Presidente Commissione Vigilanza Rai; Laura Aria, Commissario AGCOM; Massimo Ciccozzi, Epidemiologo Università Campus Bio-Medico di Roma; Anna Italia, Ricercatrice Censis; e Domenico Colotta, Presidente Assocomunicatori e Founder Ital Communications.

La conclusione su cui tutti gli invitati hanno convenuto è che per arginare la proliferazione delle fake news servono misure che pongano in primo piano la responsabilizzazione dei diversi attori che si muovono sul web: la necessità che le piattaforme social intervengano per rimuovere le false notizie, (condiviso dal 52,2% degli italiani), e la necessità di attivare dei sistemi di controllo (fact checking) delle notizie pubblicate (secondo il 41,5%). Prioritario anche l’avvio di campagne di sensibilizzazione e prevenzione sull’uso consapevole dei social.

“La marea di fake che circola sui social – ha sottolineato il sottosegretario Giuseppe Moles nel suo intervento – deve essere una preoccupazione, dato che influisce pesantemente sul funzionamento della democrazia. E la pandemia ha acuito tutto questo. I social rischiano di svolgere inconsapevolmente una funzione impropria, quando ad esempio si pubblica soltanto ciò che le persone vogliono sentirsi dire. È un ecosistema chiuso in cui chi vi si trova perde ogni possibilità di discernimento. I mass media e i Social possono essere uno strumento di potere e di controllo, dovrebbe essere indispensabile un corretto funzionamento di questi. C’è il rischio che ci si limiti alla veicolazione indiscriminata e alla distinzione ‘amici-nemici’. Ci dev’essere da parte di tutti gli operatori un’autoregolamentazione che arrivi dalla professionalità dei singoli. E il ruolo dei comunicatori in questo è fondamentale”.

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