Cesare Cantù: “Nel cda Rai con spirito combattivo e da attivista. Serve subito un piano industriale”

0
574
*Il montatore Rai, Cesare Cantù*

Ultimo week end e poi apertura delle urne per i dipendenti Rai. Lunedì 7 giugno 2021, infatti, torneranno per la seconda volta a scegliere il proprio rappresentante nel cda che rimarrà in carica per tre anni. I candidati (nel 2018 furono 15) questa volta sono solo cinque: si tratta del consigliere uscente Riccardo Laganà, fondatore di Indignerai e ora sostenuto anche da Snater e Usigrai; Fabrizio Tosini, Segretario nazionale Ugl-Informazione; Anna Lupi, funzionario sostenuta da Libersind-Confsal; la giornalista Claudia Pregno, redattrice ordinaria (e componente del Cdr) alla Tgr Piemonte; e Cesare Cantù, montatore della sede Rai di Corso Sempione a Milano. Cesare – nato a Pavia, 52 anni, in Rai dal 1996, una laurea in filosofia, scrittore, regista, produttore, sceneggiatore, e professore di mass media audiovisivi e digitali – è nella Capitale per la “campagna elettorale”. AdgInforma.it l’ha intervistato.

Fai collezione di mestieri. Non è che sei anche un giornalista?

“Il mio primo lavoro è stato il cronista. Vengo da una famiglia di giornalisti. Ma poi ho deciso di prendere altre strade”.

Qual è allora il tuo vero mestiere?

“Sono due sostanzialmente, la mia professione di montatore, che mi piace moltissimo perché si crea il senso del prodotto audiovisivo. E poi sono un formatore, un docente di educazione ai media”.

Ora un altro mestiere, il consigliere d’amministrazione. Vuoi impiegare la tua esperienza per le donne e gli uomini che condividono con te questi luoghi e questi obiettivi. Scrivere un nuovo avvenire, una nuova storia. Chi ti ha convinto?

“Il tempo, 24 anni di lavoro in cui mi sono scontrato con i problemi che mi stanno testimoniando i colleghi in questi giorni. Hanno difficoltà ad essere valorizzati, riconosciuti, ad avere prospettive. Il problema è che la Rai ha un deficit di chiarezza, di obiettivi e di guida”.

Parli di riconquistare la dignità. Rimettere al centro il lavoro, valorizzare le competenze, motivandole. Descrivi un servizio pubblico in agonia e lavoratori svuotati, traditi, abbandonati. Ma da chi?

“Il problema non sono i dirigenti, e non è neanche il controllo politico del servizio pubblico. È la legge che lo stabilisce e ci sta. E in passato – nonostante il controllo di Parlamento e governo – ci sono state stagioni eccezionali per il servizio pubblico. Il problema è la cultura politica predatoria che c’è dietro. La Rai terreno di caccia e di scontro politico”.

Dici che serve equità salariale dove ce n’è bisogno. Eppure la Rai spende il 36% del fatturato nel costo del personale contro il 22% della Bbc. E ha 93 dirigenti-giornalisti, anche qui più della BBC, che guadagnano più di 200 mila euro.

“Bisogna saper gestire le risorse. Il lavoro va pagato. Ma io non vado al settimo piano per fare il sindacalista. Non ritengo che la funzione del consigliere sia questa. Rappresento i lavoratori”.

Ma c’è un discrimine nella retribuzione delle diverse professioni, o di genere all’interno delle professioni?

“Il problema di genere c’è eccome ed è nazionale. e poi ci ci sono figure professionali che guadagnano troppo poco. I giornalisti, inoltre, sono troppi rispetto al resto del personale. E ci sono anche molti dirigenti-giornalisti che guadagnano tantissimo”.

Ti riferisci a trasparenza e meritocrazia che in Rai sembrano merce rara. Da dove si parte?

“Il rischio di parlare per slogan è dietro l’angolo, soprattutto in campagna elettorale. Serve il giusto impulso dall’alto. Ma la salute di un’azienda parte dalla conoscenza e dalla formazione e dalla valorizzazione del personale. Io invece percepisco tanta insoddisfazione intorno a me”.

Vivi a Milano. L’affitto del Portello costerà 5 milioni l’anno. 135 mln in 27 anni. È un buon progetto?

“Se ne parla da anni… Il Portello non rappresenta lo spostamento della produzione da Roma a Milano. Solo un pazzo può pensarlo. È la sistemazione della struttura produttiva di Milano finalmente in modo più organico e logico. Corso Sempione è favoloso ma per la produzione è archeologia industriale. Mecenate doveva essere una situazione d’appoggio, invece sembra un set momentaneo ed è lì da una vita. Bisognava razionalizzare il tutto… Purtroppo anche questa volta la Rai paga la sudditanza alla politica. Stiamo assistendo a una polemica che arriva da fuori, ed è ad uso delle imminenti campagne elettorali per il comune di Roma e Milano. La Rai ha il suo cuore a Roma e non si tocca ma deve potersi appoggiare su altri centri di produzione”.

Parliamo di prodotto. La Rai appalta gran parte del proprio palinsesto di prima serata a format esterni. Mancano gli autori come di Stefano Coletta?

“No, la Rai avrebbe tutte le risorse necessarie, basta ascoltarle e coltivarle. Quello degli autori è un mondo mobile. Ci sono tantissime idee anche su format e linguaggi. Certo, è innegabile che alla fine gli autori sono quasi sempre esterni”.

Sei un esperto di media. La Rai incassa il canone e raccoglie pubblicità. Ha decine di canali, tv e radio, generalisti e tematici. Ha una piattaforma Ott. Troppo, troppo poco, cosa non ti convince dello schema?

“Il problema è dove porta lo schema. Manca un piano industriale con investimenti strategici. La Rai deve avere chiara in testa la propria mission. Ad esempio dovrebbe tirarsi fuori dal corpo a corpo nella pubblicità con le tv commerciali. Per noi uno scontro perdente, non è il nostro terreno e può portare solo danni. La Rai deve avere la sua raccolta senza l’assillo dell’Auditel, ma deve soprattutto tornare a produrre in casa cercando anche di conquistare con le proprie eccellenze i mercati internazionali. Si naviga a vista da troppi anni. Forse per la governance mandati troppi brevi e spesso ad esterni…”

Draghi indicherà il nuovo ad. Meglio un interno o un esterno?

“A parità di curriculum, meglio interno, la conosce e ha interesse davvero per l’Azienda. Ma ripeto, alla fine contano la persona e le sue capacità”.

Parliamo d’informazione? Oltre duemila giornalisti tra Reti e Testate e una vera riforma delle news che non si riesce a fare, un portale dell’informazione che non decolla. Lo chiami pluralismo o lottizzazione?

“Qui le parole d’ordine sono riorganizzazione e razionalizzazione. Ci sono troppi servizi e collegamenti fotocopia. Il pluralismo è sacrosanto ma l’informazione non può andare in replica. I giornalisti sono oltre duemila, e sono l’unico ambito che continua a ricevere risorse. Questo è dannoso per tutti, anche per loro. Avremo giornalisti di Serie A e di Serie B, i nuovi entrati non avranno la stessa qualità del lavoro, e non avranno quelle figure professionali intorno che servono per fare al meglio il lavoro. È come una nave che prende troppo carico e rischia di affondare. Ho tanti amici giornalisti che comprendono bene il problema. E’ l’Azienda che deve rivedere l’impiego di quella che è una importante risorsa”.

Parliamo di conti. Perché la Rai, nonostante il canone, ha tutte queste difficoltà di bilancio?

“Rischio di ripetermi, le scelte strategiche, la distribuzione delle risorse, l’eccessivo ricorso alle esternalizzazioni. Il servizio pubblico non può fare l’antenna e basta. Deve produrre i contenuti”.

Domanda scomoda. Qualcuno sussurra che in realtà sei sostenuto dalla Cgil, è vero? Che rapporto hai con i sindacati? Sei davvero un candidato indipendente?

“Sì certo, sono indipendente. Sono sostenuto da persone e gruppi che sono di varia provenienza, anche sindacale, ma sulla base del mio nome e della mia proposta. Non sono appoggiato da nessun sindacato”.

Una volta varcata la Sala Orsello, non temi di diventare un altro consigliere “ostaggio” di partiti? Uno spettatore di un film girato fuori da Viale Mazzini?

“Tutto è possibile, ma me ne guarderò bene. Ci arrivo con uno spirito preciso. Spirito combattivo e da attivista. Disposto e aperto a capire se ci saranno altri che vorranno trovare soluzioni a problemi specifici. Non ho molto fiducia, ma non lo posso sapere cosa accadrà. Di certo non mi addentrerò nelle sabbie mobili della politica. Ho una spinta dal basso che mi darà la forza per starne fuori e tenere la schiena dritta. Combatterò per i lavoratori e le lavoratrici della Rai”.

Approfondimenti