Chi è Lina Khan, la nuova presidente Antitrust Usa che mette paura alle Big tech

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Lina Khan nuova presidente dellìFtc, l'Antitrust americana - Foto da https://www.flickr.com/

Ha i tratti somatici pakistani, perché è da lì che arrivano i suoi genitori, ma è nata a Londra 32 anni fa e vive in America da quando ne ha 11. Lei è Lina Khan ed è il nuovo spauracchio delle Big tech americane perché è appena stata nominata da Joe Biden a capo della Federal trade commission (Ftc), ovvero l’equivalente americana della nostra autorità antitrust.

La sua nomina sta facendo clamore perché sembra indicare un deciso cambio di passo da parte dell’amministrazione americana nei confronti delle grandi aziende tecnologiche. Oltre ad essere la più giovane presidente nella storia della Ftc, Khan è nota per le sue posizioni di netta opposizione al monopolio creato nel settore dalle cosiddette “Big Tech”, come Google, Facebook o Amazon.

Una nomea che Lina Khan ha iniziato a costruirsi fin dal 2013 quando fresca di studi politici, fece clamore pubblicando sul settimanale Time un articolo contro le multinazionali dei dolciumi nel quale sollevava la questione delle normative antimonopoliste finite da anni nel dimenticatoio da parte delle diverse amministrazioni. La sua battaglia personale contro le grandi concentrazioni è proseguita con gli studi giuridici a Yale prima e l’insegnamento alla Columbia law school poi.

Risale al periodo da ricercatrice a Yale un saggio, pubblicato sulla rivista dell’ateneo, molto critico sulle pratiche aziendali di Amazon intitolato “Amazon’s antitrust paradox, mentre l’ultima sua azione è l’avvio, lo scorso dicembre, di una causa nei confronti di Facebook in cui accusava il social di Zuckerberg di mantenere il suo monopolio sul segmento dei social network attraverso una condotta anti-competitiva.

Il suo pensiero sulle grandi concentrazioni tecnologiche è semplice: negli ultimi decenni hanno avuto la strada spianata da un’antitrust che ha guardato esclusivamente la soddisfazione del pubblico, garantendo tariffe e servizi al minor costo possibile. Facendo contenti allo stesso tempo sia i consumatori che hanno potuto acquistare a prezzi più bassi che le imprese monopolistiche che quei servizi vendono. Così l’occhio della Ftc è stato meno vigile nei confronti dei colossi che hanno sbaragliato le piccole concorrenti e si sono trasformati in un mondo chiuso. Che scelgono cosa vendere, come vendere, a chi vendere e a chi far vendere.

La carriera – Una battaglia quasi personale che l’ha portata prima ad essere nominata consigliera del commissario della Ftc, Rohit Chopra, e poi ad essere reclutata come consigliere della Commissione giustizia della Camera che nel 2019 ha cominciato ad analizzare i comportamenti dei giganti tecnologici. Fino a raggiungere la presidenza dell’Antitrust che le permetterà di essere in prima persona responsabile dell’agenda dell’autorità. I cinque disegni di legge per il ripristino delle norme Antitrust che il Congresso ha cominciato a discutere la scorsa settimana sono frutto dell’indagine di 18 mesi condotta da quella commissione col contributo tecnico della Khan.

Le Big Tech, dunque, sono avvertite: anche se la strada da percorrere è lunga e impervia per loro non si prospetta vita facile d’ora in avanti. Anche perché la nomina della Khan non è avvenuta esclusivamente grazie al voto dei democratici ma le posizioni della ragazza godono di sostegno bipartisan: la sua nomina è stata ratificata anche col voto di 22 senatori repubblicani.

Le contromosse – A riprova del fatto che le grandi aziende tecnologiche abbiano iniziato a prenderla sul serio ci sono le prime contromosse messe in campo: 13 associazioni che rappresentano imprese e consumatori, ma sono tutte finanziate da big tech, hanno iniziato una campagna a tappeto in Congresso e presso l’opinione pubblica sostenendo che limitare la libertà di manovra dei giganti americani significa dare via libera a quelli della Cina. È sceso in campo anche il capo di Apple, Tim Cook secondo il quale con le nuove norme verrebbero sconvolti alcuni servizi offerti via iPhone. Mentre Google sostiene che non potrebbe più inserire filmati di YouTube (di sua proprietà) nei risultati del suo motore di ricerca.

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