Chi uccide un giornalista rischia meno: 9 omicidi su 10 resta impunito

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Giornalisti aggrediti - Foto da streaming

Uccidere un giornalista conta meno. Almeno così sembrerebbe ad analizzare i dati comunicati dall’Unesco sul livello di impunità dei delitti contro questa categoria. Numeri agghiaccianti che dicono che nove assassini di giornalisti su dieci non vengono perseguiti con un livello di impunità dell’87 per cento. A riferirli Tawfik Jelassi, assistente del direttore generale dell’Unesco nel corso di una tavola rotonda internazionale intitolata “Come fermare i reati contro i giornalisti” organizzata dall’associazione Ossigeno per l’Informazione, su mandato della stessa Unesco, tenuta nell’aula magna del Siracusa international institute for criminal justice and human rights.

“Ci sono stati 400 assassini di giornalisti negli ultimi due anni – ha riferito Jelassi – e negli ultimi due giorni sono morti tre giornalisti in Messico e nelle Filippine. I 139 professionisti uccisi in America Latina tra il 2011 e il 2020 avevano ricevuto minacce”.

Numeri in crescita – Secondo l’ultimo rapporto dell’organizzazione delle Nazioni Unite, solo nel 2020 sono stati 62 i giornalisti uccisi per aver svolto il proprio lavoro. Le statistiche dal 2006 al 2020 dicono che sono 1200 i giornalisti che hanno perso la vita in nome dell’informazione. Come se non bastasse, oltre a rischiare la vita sempre più spesso, i cronisti sono lavorano con la minaccia costante di querele temerarie che quasi sempre finiscono in assoluzioni.

Per questo, quest’anno, la Giornata internazionale per porre fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, istituita dalle Nazioni Unite nel 2013, che si celebra ogni anno il 2 novembre, ha voluto accendere i riflettori sulla questione e spronare i pubblici ministeri ad assicurare i killer alla giustizia.

“Dire la verità ha un prezzo, – ha detto Audrey Azoulay, direttore generale dell’UNESCO – quando gli attacchi contro i giornalisti rimangono impuniti, il sistema legale e le strutture di sicurezza hanno deluso tutti. Gli Stati hanno quindi l’obbligo di proteggere i giornalisti e assicurare che gli autori dei crimini siano puniti. Giudici e pubblici ministeri, in particolare, hanno un ruolo importante”.

La situazione italiana – In Italia, segnala Alberto Spampinato, presidente di Ossigeno per l’informazione, il tasso di “impunità sulle aggressioni subite dai giornalisti oscilla intorno al 93 per cento”. Spampinato invita a passare “dalla retorica della denuncia al linguaggio dei fatti” e a “mettere in campo le buone pratiche e le raccomandazioni per trovare le ricette con cui intervenire”. L’obiettivo, ha spiegato, è passare dalla fase della protesta per le intimidazioni ai giornalisti e per l’impunità degli aggressori alla fase più matura della proposta, della discussione e dell’attuazione concreta delle possibili contromisure a livello legislativo, giudiziario, giornalistico ed editoriale.

La proposta di legge – Per Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, “il giornalista a volte non è tutelato dalla testata giornalistica” e a volte “i temi come corruzioni e mafie forse non sono ritenuti significativi da alcuni editori che hanno evidentemente interessi diversi”, mentre invece il cronista “deve poter svolgere in piena serenità i compiti che la democrazia gli affida”. E ipotizza un intervento legislativo: “Quando viene chiesto il risarcimento – spiega – se la querela è temeraria, il soggetto che ha citato in giudizio il giornalista, se ha torto, dovrebbe essere condannato al doppio del risarcimento del danno richiesto.

E intanto Han Moral, segretario generale dello Iap (associazione Internazionale dei procuratori), annuncia la nascita di una piattaforma internazionale dove i magistrati potranno collaborare seguendo le linee guida elaborate per i pubblici ministeri nei procedimenti per i reati elaborate dall’Unesco. Un primo corso si terrà l’anno prossimo a Siracusa.

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