Ciao Sergio, ci lascia un amico e un monumento del giornalismo italiano

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“Io non so di che parte politica lei sia. Spero di non doverlo scoprire dai suoi articoli!”. Con queste parole Sergio Lepri ha in più di un’occasione terminato i colloqui di assunzione dei suoi giornalisti. E in queste parole è racchiusa l’essenza profonda del suo intendere il giornalismo. È stato un esempio luminoso di professionalità ed indipendenza per tante e tante generazioni di giornalisti. Per tanti anni, quasi trenta, da direttore dell’Ansa ha portato l’agenzia italiana ad essere una delle più importanti al mondo.

Lo chiamavo Maestro fin da quando alla prima lezione al corso di preparazione all’esame da professionista per oltre un’ora passeggiò senza sosta, con il microfono in mano svelandoci gioie (poche), doveri e dolori (molti) della professione che ci accingevamo a svolgere.  Nel volgere di pochi momenti l’autorevolezza delle sue parole trasformarono quello sconosciuto uomo minuto in un gigante da prendere e portare ad esempio per il resto della mia carriera.  Non ho lavorato per lui come tanti colleghi e amici, e mi sarebbe piaciuto farlo, ma ho avuto comunque la fortuna di conoscerlo e negli anni anche di poter collaborare con lui su diversi progetti. Fino a non molti mesi fa, a dire il vero, quando abbiamo dato alle stampe, Pezzi di storia, a firma Stefano Polli e Cesare Protettì, uno degli ultimi libri che abbiamo pubblicato e che si apre proprio con un suo pezzo inedito. Un reportage sull’Armistizio che Sergio aveva conservato gelosamente nei cassetti della sua memoria per quasi ottanta anni e che ci ha fatto l’onore di voler pubblicare per i nostri tipi. Teneva molto a quel racconto, lo sapevamo, e siamo orgogliosi di aver portato la sua firma in libreria a 102 anni.

Ciao Sergio, sit tibi terra levis.