“Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma” (Rai1-RaiPlay): il coraggio della memoria

0
2071
Un Cielo Stellato sopra il Ghetto di Roma - una immagine del film, courtesy di RaiDocumentari

Della Shoah non si parlerà mai abbastanza. “Perché quello che è accaduto non è stata una inondazione, non è stato un terremoto, non è stata una pandemia”, dice il regista Giulio Base. “Qui c’è stata responsabilità, c’è stata la decisione di qualcuno. E quando c’è colpa possiamo reagire con perdono, pena, o con l’impegno e la volontà che ciò non accada più”.

“Un Cielo Stellato sopra il Ghetto di Roma”, una co-produzione Altre Storie, Clipper Media e Rai Cinema, per la regia di Giulio Base, sarà disponibile dal 27 gennaio in esclusiva su RaiPlay, per poi andare in onda in seconda serata sabato 6 febbraio alle ore 22.50 su RaiUno all’interno di SpecialeTG1. Realizzato con il sostegno della Regione Lazio – fondo regionale per il cinema e l’audiovisivo, il film ha il prezioso patrocinio della Comunità Ebraica di Roma ed è nato da un’idea del visionario Israel Cesare Moscati.

Dal ritrovamento fortuito di una vecchia lettera e di una foto sbiadita nella fodera di una valigia in soffitta, due mondi, due tempi, due passati, due memorie, due fedi, si incontrano e si scontrano, sotto il cielo eterno di Roma. Sofia (Bianca Panconi) è una classica adolescente moderna, in conflitto con la madre (Alessandra Celi), in adorazione del padre, pianista di fama internazionale (Giulio Base), in aperta complicità con la nonna (la straordinaria, emozionante Aurora Cancian). Per caso, nella soffitta di casa, trova una foto in bianco e nero che ritrae una bambina, accompagnata ad una lettera di addio. Avrebbe potuto lasciar perdere. Avrebbe potuto semplicemente buttarla via. Invece no. Lei sceglie di cercare quella bambina. Lei sceglie di trovare Sara Cohen e restituirle un pezzo del suo passato. La sua ricerca la porta ad un incontro-scontro fra due culture che da millenni co-abitano a Roma, quella cristiana e quella ebraica: e dovrà lottare contro entrambe per poter raccontare la storia di Sara – che potrebbe essere la storia di ognuno di noi.

La memoria non vale nulla senza narrazione. E la narrazione permette di “ricucire” quel filo spezzato, in questo caso dal rastrellamento del Ghetto Ebraico di Roma quel 16 ottobre del 1943. Comprendere il passato, raccontare il passato, permette di leggere con luce diversa il presente, trovarne le tracce: perché la storia è un organismo vivo, e la narrazione è il suo nutrimento.

E quando i testimoni di quella storia, di quel periodo, verranno a mancare, o hanno “rimosso” i ricordi traumatici, come accaduto alla nonna di Sofia? Ecco, “Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma” ci dà la risposta: servono narratori al di là dei testimoni, servono voci coraggiose che osino togliere il velo della dimenticanza, della paura, della diffidenza, della vergogna. Ricucire fili spezzati significa anche trovare elementi della nostra identità. E provare a superare la diffidenza verso l’altro, verso il diverso, soprattutto in una relazione dolorosa e irrisolta come quella fra ebrei e cristiani, che nel film diventa invece continuità, non frattura, perché le radici, come sottolinea Base, sono comuni. Fra l’altro, la comunità ebraica di Roma è la più antica comunità ebraica d’Occidente, vi sono testimonianze della presenza ebraica sul Tevere che risalgono al 139 a.C. – il culto romano precede la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito.

Ci sono due momenti molto potenti nel film: l’urlo disperato della bambina, di Sara Cohen, mentre la strappano a sua madre e portano via tutti gli ebrei sfuggiti dal rastrellamento del Ghetto dal convento in cui si erano rifugiati, sull’Aventino, e il silenzio del momento del ricordo della nonna, quando ritrova quel filo che s’era interrotto.

L’urlo che soffoca nel silenzio, e dal silenzio nasce il ricordo, e il ricordo si chiude nel cerchio della memoria fra la nonna, Suor Lucia (delicata e emozionante, nella sua solitudine, nel suo coraggio, nella sua nostalgia, l’attrice Lucia Zotti), e Sofia. “Il silenzio è il linguaggio di Dio”, dice Base in conferenza stampa.

“Questo è quasi un film d’amore, proprio per l’amore con cui è stato realizzato”, racconta Paolo del Brocco, AD Rai Cinema. “Il film è forte, va sentito. Grazie a Giulio Base, un regista importante, che si mette in gioco. Grazie a tutti i ragazzi che hanno partecipato. Grazie alla Comunità Ebraica. Un film con i giovani e per i giovani: una chiave diversa, se vogliamo accattivante, per far comprendere la bruttezza di quello che è accaduto.”

Il film è stato presentato in preapertura al Festival di Roma, e avrebbe dovuto uscire nelle sale, ma la situazione attuale, la pandemia, il lockdown e la chiusura dei cinema hanno spinto Rai Documentari a operare una scelta diversa. “Considerando l’argomento abbiamo deciso di distribuirlo il prima possibile”, spiega Del Brocco. “Noi abbiamo la più importante piattaforma nazionale on demand che lo manda in esclusiva dal 27 gennaio, a conferma di una grande sinergia aziendale”.

Il regista, Giulio Base, parla con amore e gratitudine al giovanissimo cast con cui ha lavorato: “I ragazzi non hanno messo il proprio ego davanti al film, ma hanno capito l’importanza di raccontare questa storia, l’importanza della memoria. La memoria è anche lotta, impegno a lottare affinché la memoria continui, affinché queste cose non si dimentichino. Perché non c’è stata solo una tragedia compiuta da pochi, ma c’è stata una tragedia compiuta con la complicità di molti che vedevano e non facevano nulla per impedirlo. E questo è importante da far capire ai ragazzi di oggi”.

In tutto il cast e la produzione regna il ricordo affettuoso di Israel Cesare Moscati, che ha trovato una chiave di racconto della Shoah molto attualizzata: non fa parlare il passato, ma fa parlare il presente. Una chiave di lettura inedita e fortissima. “In quelle stelle di cui parla il film, sicuramente c’è anche lui e ci guarda”, commenta Giulio Base.

“RaiPlay è uno strumento molto importante per aiutare il cinema italiano in un momento difficile”, spiega Maurizio Imbriale di RaiPlay, che registra numeri da record, con una crescita del +178% rispetto all’anno precedente, e 17 milioni e mezzo di iscritti. “Non potevamo dire di no a questo film per tanti motivi, il primo è quello di onorare in maniera degna e da servizio pubblico il Giorno della Memoria. Questa è una prima visione, è un prodotto importante, scritto e pensato per i giovani, sul presente per ricordare il passato.”

La produzione di questo film ha richiesto una lunga preparazione, non solo per ricostruire verosimilmente un passato ormai vecchio di 78 anni, ma anche per aprire una finestra su ciò che i giovanissimi di oggi sanno di quel passato. Giulio Base ha iniziato a cercare risposte dai propri figli: “Schindler’s List e La Vita è bella i due riferimenti dei giovani di oggi per comprendere la Shoah, ma hanno voglia di approfondire, hanno bisogno di approfondire. Per troppo tempo c’è stato silenzio, dettato dalla voglia di rinascita. I giovani sentono la memoria non come un vanto, ma è un dovere. Ed è una cosa che mi è piaciuta molto”.

E l’onere d’essere i narratori d’una volontà di comprensione e approfondimento è molto vivo fra i giovanissimi attori del cast. Racconta Francesco Rodrigo, che nel film è Ilan, un ragazzo ebraico: “Da quando sono piccolo, mia nonna mi racconta di questo periodo che ha vissuto a Roma. Ma poterlo raccontare in prima persona è stata un’esperienza molto forte”.

Della stessa idea Emma Matilda Ingrosso, Valentina nel film, la migliore amica e ‘complice’ di Sofia: “È un dono poter raccontare questo tipo di storia. Questa voce deve rimanere viva come un fuoco. Per me è stato un grande onore”.

Un particolare encomio alla straordinaria Aurora Cancian, classe ’49, attrice e doppiatrice italiana, che nel film è la nonna: “Sono sempre alla ricerca di capire chi siamo, da dove veniamo. Sono stata anche stupita che mi arrivasse un così bel progetto. Forse per troppo tempo le persone che hanno vissuto questo dramma volevano dimenticare. Anche Liliana Segre lo ha detto, dopo tanto tempo ho voluto, ho potuto raccontare. Spero di essere riuscita a restituire l’emozione che mi ha dato il film, perché io l’ho vissuta.”

Non nasconde la soddisfazione Elena Capparelli, Direttrice RaiPlay e Digital: “In questo anno e mezzo il target di RaiPlay si è molto ringiovanito e mi piace pensare che questa offerta, in particolare in un giorno che ricorda una delle grandi tragedie dell’umanità, abbia come protagonisti i giovani. Il servizio pubblico fa la sua parte in un giorno così importante.”

Bellissima la scelta di Lea (Irene Vetere) di mettere le maschere ai ragazzi che impersonano i nazisti nella ricostruzione degli eventi, per non prestare i loro volti a quell’orrore, quei “bei volti puliti”, li chiamerà la nonna. E sullo sfondo, ad abbracciare i ragazzi nella loro ricerca, ma anche a unire una narrazione che si snoda per decenni, una Roma immortale, che nei luoghi della memoria è cambiata poco, e la musica, in particolare il violino, che è “nostalgia e speranza” insieme.