Colossi del web via dall’Irlanda, non conviene più. Dopo Google anche Facebook torna in Usa

0
174
La sede di Facebook in Irlanda

I giganti del web fanno le valige, se ne vanno dall’Irlanda dopo aver tenuto per anni dei loro “avamposti” sull’isola per sfruttare i vantaggi fiscali, e ora tornano in America.

Aveva iniziato a Gennaio Google, ora è la volta di Facebook. La notizia anticipata dal Times e dal Guardian e ripresa dal Fatto quotidiano è che il colosso di Menlo Park sta chiudendo tre sue holding nel Paese del trifoglio dove usufruiva di una tassazione molto più agevolata rispetto a quella degli Stati Uniti e degli altri Paesi dove ha sede. Lo fa perché, scrive la società in una nota “riteniamo che sia coerente con i cambiamenti recenti e imminenti della legislazione fiscale che i decisori politici stanno sostenendo in tutto il mondo”.

Per dirla in parole povere il motivo del “ritorno a casa” è che nel 2020 scade la possibilità di ricorrere alle scappatoie fiscali irlandesi. Dublino nel 2015 aveva dato l’ok ad interrompere il regime “da paradiso fiscale” sotto la pressione internazionale dell’Unione europea e del fisco americano e aveva dato cinque anni di tempo alle Big tech per adeguarsi alla decisione. Tempo scaduto insomma, si torna a casa.

Nel caso di Facebook, inoltre, c’è la recente decisione dell’Internal revenue service, l’agenzia governativa Usa deputata alla riscossione dei tributi, di portare Fb in tribunale sostenendo che il social deve versare al fisco più di 9 miliardi di dollari in tasse non pagate dopo aver trasferito i suoi profitti in Irlanda nel lontano 2010.

In virtù di tutto questo Facebook ha “rimpatriato” le “licenze di proprietà intellettuale relative alle nostre operazioni internazionali”. “Tale cambiamento – si legge nella nota della società -, che è entrato in vigore dal luglio di quest’anno, allinea al meglio la struttura aziendale con il Paese dove prevediamo di avere la maggior parte delle nostre attività e delle persone”.

Un sistema, quello di portare in Eire la proprietà intellettuale delle attività all’estero, con cui le big tech hanno risparmiato per anni miliardi di dollari di tasse. Secondo le stime, riportate da Virginia Dellasala sul Fatto Quotidianio, questa tecnica ha permesso a tre delle maggiori aziende di tecnologia degli Stati Uniti di risparmiare più di 8 miliardi di dollari in tasse. La sola Facebook international holdings unlimited company,la principale delle tre holding appena chiuse da Fb in Irlanda nel 2018 (l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati), avrebbe pagato la miseria di 101 milioni dollari di tasse su profitti pari a 15 miliardi.

Probabile anche che ad aver accelerato il rientro a casa dei colossi del web sia stato il clima non proprio favorevole che si respira in Europa nei loro confronti. Solo pochi giorni fa il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni, ha ribadito in audizione alle commissioni riunite Finanze e Politiche del Parlamento europeo, la necessità di introduzione una web tax a livello europeo “entro il primo semestre 2021”. Ieri in una intervista a Repubblica si è detto speranzoso di poter trovare un’intesa con gli Usa dopo l’elezione di Biden e il buco nell’acqua con Trump. Altrimenti, ha aggiunto, a giugno presenterà una proposta per una digital tax europea.

Chi, invece, trema alle notizie di questi addii è il governo di Dublino che sulla presenza delle multinazionali estere ha costruito l’intero sistema economico nazionale, che adesso rischia di subire un colpo durissimo. Basti pensare che Facebook impiega circa 5.000 persone in Irlanda, tra dipendenti e lavoratori a contratto, e che secondo un rapporto pubblicato a gennaio scorso dall’Irish Fiscal Advisory Council (Ifac), circa il 43% di tutte le entrate fiscali nel 2019 provenivano da 10 grandi corporation, mentre il 77% delle entrate totali arrivavano da multinazionali di proprietà straniera.

Approfondimenti