Crisi Inpgi. Dal Cda 5 misure per salvare le pensioni dei giornalisti. Ma l’allargamento ai comunicatori va anticipato

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Un piano in cinque punti per provare a salvare l’Inpgi, la cassa di previdenza dei giornalisti. Lo ha approvato il Cda dell’ente nella riunione di ieri (ndr 27 Gennaio) a patto che il Governo si impegni, in un percorso condiviso, ad anticipare quelle misure “strutturali” inserite nel decreto crescita considerate l’unica via di salvezza dal commissariamento: ovvero l’ampliamento della platea contributiva ai comunicatori prevista dal 2023.

Le cinque misure, che il Cda definisce eque e socialmente sostenibili, prevedono tagli alle pensioni, alle prestazioni, al lavoro di chi è in pensione e ai costi dell’Istituto e degli amministratori. Eccole elencate di seguito:

1) l’introduzione per 5 anni di un contributo straordinario, pari all’1%, a carico dei giornalisti attivi (nella formula di una maggiore contribuzione previdenziale) e pensionati;
2) la rimodulazione del limite di reddito cumulabile con la pensione, adottando la soglia di 5.000 euro annui;
3) la sospensione delle prestazioni facoltative (superinvalidità, case di riposo, sussidi);
4) l’introduzione di abbattimenti percentuali per le pensioni di anzianità liquidate con requisiti inferiori a quelli stabiliti dalla legge Fornero nella misura di 0,25% al mese;
5) la riduzione dei costi di struttura in misura pari almeno al 5% e per quanto riguarda i costi degli Organi collegiali, del 10%;

Misure che da sole non sarebbero sufficienti a salvare le pensioni e l’autonomia dei giornalisti italiani che, per il Cda, può avvenire solo con l’anticipo del passaggio all’Inpgi di quanti lavorano a vario titolo nell’ambito dell’informazione e della comunicazione. Un passaggio che, però, finora è sempre stato respinto con fermezza dalle associazioni che rappresentano i comunicatori, soprattutto quelli del settore privato, che hanno sempre bollato il passaggio come una “deportazione contributiva”.

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