Da Facebook 100 milioni di dollari ai media australiani. Sims (Antitrust aussie): “Così abbiamo convinto Fb a pagare”

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Foto by William Iven on Unsplash

È di almeno 100 milioni di dollari australiani (65 milioni di euro), la cifra che Facebook verserà nelle casse dei media australiani, grazie alla nuova legge approvata dal parlamento aussie. La stima arriva direttamente dal presidente dell’Autorità antitrust australiana (Acce), Rod Sims, intervistato da Federico Fubini sul Corriere della Sera di oggi. Tuttavia le cifre reali che le aziende editoriali locali potranno ottenere grazie all’intervento legislativo sono difficilmente stimabili, spiega Sims al giornalista del Corriere, “perché gli accordi commerciali sono privati”. Di certo, dichiara fiero il presidente dell’Authority “le aziende sono felici. Prima non veniva offerto loro niente”.

Ma come sono riusciti gli australiani a convincere le big tech ad accettare di pagare per condividere le notizie? E soprattutto come hanno fatto a far cambiare idea a Facebook, che in un primo momento aveva reagito in modo drastico bloccando ogni condivisione dei contenuti dei media australiani? Gli aussie ci sono riusciti approvando una legge favorisce un compromesso tra editori e Ott: “abbiamo approvato una legge – spiega Sims a Fubini – la quale dice che le parti devono negoziare un accordo e, se non riescono, vanno in arbitrato. Questo riequilibra il potere negoziale nel momento in cui Facebook dice prendere o lasciare, proprio perché un gruppo dei media ora può portare Facebook all’arbitrato, se non è soddisfatto dei termini offerti”. Con la prospettiva dell’arbitrato, spiega ancora Sims, “di solito si fa l’accordo commerciale per evitarlo”. In questo modo Facebook ha deciso di sedersi al tavolo delle trattative “e – spiega ancora l’intervistato – i gruppi dei media ne sono decisamente soddisfatti. Prima erano insoddisfatti, perché fondamentalmente a loro veniva detto di levarsi dai piedi”.

Una soluzione, quella trovata in Australia che potrebbe essere riproposta anche in Europa: “Ogni Paese ha la sua cultura legislativa diversa dalle altre – spiega Sims -. Ma non c’è nessun motivo per cui non si possa fare altrove”.

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