Dagli editori uno stop agli stereotipi di genere

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Risale al 1999 il codice di autoregolamentazione POLITE (Pari Opportunità nei Libri di Testo): un progetto degli editori associati all’AIE per dotarsi di linee guida volte a garantire che “nella progettazione e realizzazione dei libri di testo e dei materiali didattici destinati alla scuola vi sia attenzione allo sviluppo dell’identità di genere, come fattore decisivo nell’ambito della educazione complessiva dei soggetti in formazione”.

Perché gli stereotipi di genere non nascono con noi: ci vengono insegnati. Non ci credete? Pensiamoci un attimo e partiamo dal fiocco appeso alla porta che annuncia una nuova nascita: il rosa è per le bimbe, l’azzurro per i maschietti. E quando crescono? Le bambine giocano alle bambole, con la cucina attrezzata, coi trucchi e la maglieria magica – i maschietti no, giocano con le macchinine, tirano calci al pallone in giardino, corrono in bicicletta e sullo skateboard. E quando crescono? Ovvio: le donne diventano madri, gli uomini lavorano. Le donne cucinano, lavano, stirano, puliscono la casa. Gli uomini no, guidano camion, esplorano lo spazio, costruiscono case, pilotano aerei…

E quanto è cambiato dal ’99 a oggi? I libri di testo, soprattutto quelli destinati alle scuole primarie, sono pieni di stereotipi di genere, ruoli rigidi e una precisa distinzione di compiti e attività: un rischio enorme per lo sviluppo psicosociale dei più piccoli, responsabile anche di gravi problemi identitari con la crescita e la scoperta della propria sessualità (e qui si aprirebbe un mondo).

Ecco, dunque, che Zanichelli – come riporta Wired – sceglie di dotarsi di regole più ferree e abbandonare gli stereotipi di genere nei propri testi scolastici, adottando un linguaggio inclusivo. L’obiettivo, si legge sul sito, è chiaro: Zanichelli vorrebbe che le proprie “pubblicazioni contribuissero a superare una visione del mondo stereotipata, con ruoli predeterminati dall’appartenenza a un genere, a un’etnia o da diverse abilità. Il decalogo di Zanichelli è solo apparentemente semplice: richiederà infatti uno stravolgimento pressoché totale della stesura dei libri di testo. Prendiamo ad esempio la letteratura: quanti sanno che il primo poeta di cui si hanno tracce, nella storia letteraria del mondo, è una donna? Quanto spazio hanno le donne nei libri di storia, di letteratura, di storia dell’arte, di scienze?

Anche Rizzoli si è trovato costretto ad agire e a prendere in mano i contenuti dei propri testi scolastici, a seguito – si legge sempre su Wired – di lamentele dei genitori di fronte a frasi decisamente sessiste su alcuni testi di grammatica. Il progetto Rizzoli Education si chiama “Obiettivo parità!”: si tratta di un codice di autoregolamentazione che guida autori e Casa Editrice nella progettazione e nella stesura dei libri destinati alle scuole primarie, preparato in collaborazione con Irene Biemmi, docente di pedagogia all’Università di Firenze e autrice di “Educazione Sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari” (2017).

Immaginate ora le conseguenze di una formazione scevra di stereotipi di genere, di abilismo e di linguaggio divisivo: non si tratterà soltanto di rosa e azzurro, o di lavori domestici e carriera lavorativa. Il cambiamento sarà molto più profondo e con un po’ di fortuna andrà a permeare tutti gli aspetti della vita pubblica e della vita privata. C’è da chiedersi, tuttavia, se non sia necessaria una formazione analoga a livello genitoriale, per evitare che i bambini apprendano a scuola che “diverso è bello”, per poi tornare a casa e trovarsi precipitati nel cliché della mamma che stira e cucina, e del papà che lavora, guarda la tv o legge un libro.