Di Maio: presto sostituiremo i direttori dei Tg Rai

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La procedura per il rinnovo del cda Rai – in scadenza il 30 giugno – è appena cominciata; ancora non si conoscono nomi e curricula dei candidati a sedere nella Sala Orsello; e la politica già ha ricominciato ad azzuffarsi sulla Rai. Il leader del M5S, Luigi Di Maio, prende carta e penna e scrive ai suoi parlamentari: “Nelle ultime ore abbiamo saputo che sono di nuovo partite le richieste ai Tg Rai di fare servizi contro di noi. Negli ultimi 50 giorni ci avevano trattato con i guanti bianchi perché avevano paura che andassimo al governo e sostituissimo i direttori. Lo faremo molto presto grazie a una legge finalmente meritocratica”. “Non dobbiamo avere paura dei loro servizi in mala fede: ci hanno attaccati per 5 anni, eppure abbiamo vinto a Roma, Torino e siamo arrivati quasi al 33%. E lo spirito che ha animato le nostre battaglie crescerà sempre di più.”

MICHELE ANZALDI

Il Partito democratico insorge

Un “editto bulgaro” in salsa grillina, contro il quale insorge immediatamente il Partito Democratico. “Si tratta di parole gravissime perché saremmo di fronte ad una pesantissima ingerenza contro l’autonomia del servizio pubblico – attacca il deputato Pd Michele Anzaldi – nonché un attacco all’informazione senza precedenti. I gruppi parlamentari – prosegue Anzaldi – sono chiamati a indicare i nuovi consiglieri del cda ma non hanno alcun potere sulle nomine dei direttori, che rientrano nella piena autonomia dei vertici del servizio pubblico. Le parole minacciose di Di Maio destano grande preoccupazione in vista del rinnovo del Cda”. “Questo clima intimidatorio verso la Rai è gravissimo”, gli fa eco il senatore del Pd, Francesco Verducci. E a spegnere le polemiche ci prova la deputata del Movimento 5 Stelle Mirella Liuzzi: “Le parole di Di Maio sono chiarissime: nella tv pubblica porteremo finalmente meritocrazia e trasparenza, introdurremo metodi di selezioni dei vertici del tutto slegati dalla politica, indispensabili per avere un servizio pubblico davvero indipendente. Non sorprende che davanti a questa possibilità il Pd, che con Renzi ha contribuito a svilire la Rai mettendola nelle mani del governo, faccia le barricate”. Evidentemente Liuzzi fa riferimento al programma M5s sulla Rai.

La Rai dei Cinquestelle

In cima ai pensieri Rai del Movimento 5 Stelle – si legge scorrendo il programma alla voce “Telecomunicazioni” – c’è la riforma della governance. L’obiettivo sbandierato – per dirla con Matteo Renzi – è sempre lo stesso: tenere i partiti fuori dalla Rai. Come? I candidati consiglieri (ne sono previsti cinque contro i sette della riforma Renzi) devono inviare all’Agcom un curriculum (si spera non con le poltrone collezionate ma con i risultati raggiunti nel settore) e una “tesina” sul servizio pubblico del futuro. Dovranno essere competenti, naturalmente, ma soprattutto indipendenti: non aver ricoperto cariche governative, politiche elettive e partitiche nei sette anni precedenti la nomina.

La monetina dell’Agcom

Raccolte le candidature, l’Agcom pubblica l’elenco dei candidati in possesso dei requisiti e “sorteggia i nominativi”. I fortunati, a quel punto, vengono ascoltati in un’audizione pubblica dalle commissioni parlamentari competenti (i grillini garantirebbero lo streaming), che a maggioranza dei 2/3 possono esprimere un parere sfavorevole e chiedere all’Agcom il sorteggio di un nuovo nominativo. Una procedura certamente più trasparente, che lascia comunque al Parlamento un “potere di veto” a fronte di una oggettiva inidoneità del candidato sorteggiato.  Un sorteggio a doppio turno, insomma, ed effettuato da un’Autorità i cui vertici sono nominati anch’essi dalla politica…

Nel mirino la pubblicità, canali senza spot

Ma chi della Rai gestisce i conti probabilmente teme ancor di più l’idea che i pentastellati hanno della mission editoriale del servizio pubblico. Fermo restando il canone – che ora è nella bolletta elettrica e finalmente lo pagano (quasi) tutti – nel mirino dei 5Stelle c’è la pubblicità. Via libera al modello BBC, insomma, con canali senza spot e mission solo di servizio pubblico. Al massimo, spazio a “un solo canale con pubblicità, con vincolo di destinazione degli introiti pubblicitari esclusivamente ai contenuti del canale e/o a iniziative e attività previamente individuate”. “Si tratta – si legge nel programma – di una soluzione in certa misura assimilabile al modello britannico di servizio pubblico, formato da un’emittente finanziata interamente con il canone e da un’altra finanziata con la pubblicità, ma con precisi obblighi di servizio pubblico sia in termini di programmazione sia in termini di investimenti”. Ma la tv di Stato di canali ne ha quattordici… La riforma Renzi non è ancora entrata pienamente in vigore, il nuovo cda ci sarà (forse) prima dell’estate e per Viale Mazzini è già tempo di controriforma…