Dopo otto anni, Tirreno addio: “Farò l’operaio e lo stipendio sarà finalmente dignitoso”

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Una copia de "Il tirreno" - foto licenza creative commons da Google

da Professionereporter.eu “È come quando ero piccino. Quando da ragazzi eravamo alla partita del Castelluccio e passavamo il tempo a lanciarci giù dal ‘grottone’, macchiando i calzoni di verde. Anche ora sto rotolando giù. Ma a differenza di quando ero ragazzo, ora non mi diverto. Al contrario. Sto male. Di più. Sto malissimo. E non vedo il fondo. Dopo otto anni di onorato servizio e lenta ma costante crescita professionale, mi sono dimesso dal Tirreno“.

Dalla pagina Facebook di Samuele Bartolini, post del 3 novembre 2021. Rilanciata da precari.freelance@assostampafvg.it, che lavora in Friuli Venezia Giulia e che invita a mandare all’indirizzo altre testimonianze, da pubblicare anche in forma anonima.

Niente di interessante – “Sono andato via io. Non sentivo più niente di interessante da scrivere. Soprattutto aveva perso di senso, piano piano, il mio lavoro: rincorrere il politico di turno per la polemica del giorno, prendere il tipo del giorno e fargli l’intervista, persino le manifestazioni della Gkn mi davano fastidio. Qual è stato il problema? All’inizio sono stati i compensi del nuovo editore: Sae. Poi parlo della considerazione per quanto fatto negli anni scorsi da parte di chi mi avrebbe dovuto valorizzare e non l’ha fatto. Non potevo continuare a scrivere e vedere a fine mese un’entrata pari a poco più di uno stagista”.

Prosegue Bartolini: “Il crollo ha fatto capolino dal gennaio 2021: il conguaglio ha bruciato gran parte delle mie già poche entrate. Poi è arrivato il nuovo contratto ad aprile di Sae: fatto al ribasso quando mi avevano assicurato che non avrebbero cambiato nulla. Poi è arrivato il crollo vero e proprio mio personale. Ho sentito montare mese dopo mese come una rassegnazione. Ho cominciato a provare un senso di depressione. Ogni servizio era diventato come un masso da spostare dallo stomaco ogni giorno. Non avevo più interesse. Non avevo più entusiasmo. Mi sentivo sfruttato. L’estate l’ho passata in affanno, sparendo letteralmente ad agosto. A settembre ho riprovato a scrivere per il giornale ma, visto lo stipendio di ottobre, mi sono reso conto che il conto corrente sarebbe comunque continuato a calare”.

La faccia dei figli – Bartolini dice che non è più il ragazzo che si lanciava dal grottone insieme agli amici di paese. È un padre di famiglia, va verso i 47 anni, una moglie che si fa in quattro per la famiglia e lui che fatica a guardare in faccia i figli.

“Un lavoro vero deve essere prima di tutto un lavoro dignitoso. Qualunque esso sia. E avere la mostrina del giornalista sulla giacchetta era diventata solo un peso. Così mi sono dimesso dal Tirreno. Sto abbandonando i miei sogni? Non lo so. Di certo ho fatto mille esplorazioni per un nuovo lavoro in questi mesi. Ho fatto domanda pure alle Poste per un lavoro temporaneo. Mi hanno preso. Vado a fare l’addetto smistamento a Sesto Fiorentino. Farò l’operaio. Farò le notti. Non so quanto durerà. Ho una laurea con lode. Sono ventun’anni che ho la tessera da giornalista in tasca. Non la perderò. Ma farò l’operaio. Perlomeno per un po’ lo stipendio sarà dignitoso. E poi chissà”.

Al post su FB sono seguite 284 reazioni, like e 178 commenti di solidarietà a Samuele. Tra i tanti, quello di un ex collega di Samuele, pensionato dello stesso giornale, ed ex sindacalista.

“Ci facevamo carico” – “Carissimo Samuele, la tua amarezza mi riempie di sgomento e di delusione. Sgomento per lo svilimento della nostra professione, anche in quello che fu il mio giornale. Chi pone le giuste rivendicazioni è visto solo come un problema. Fino a quando il mercato dell’editoria tirava, i compensi ridicoli dei collaboratori del Tirreno erano mitigati dalla prospettiva di un’assunzione. Poi, con moto accelerato, tutto è finito: gli editori mandano a casa la gente, nessuno pensa più ad assumere. I collaboratori, i precari, sono lasciati a se stessi, senza che nessuno pensi a loro come persone, che in quanto tali hanno diritto ad avere un futuro. Chi è garantito pensa a mantenere le proprie garanzie, chi non è garantito si arrangia. È una devastazione, che il tuo post descrive in maniera magistrale. Ma sento anche la delusione per aver gettato al vento anni di impegno sindacale. Quelli della mia generazione avevano l’abitudine di farsi carico dei precari, sfruttati e mal pagati. Se ti è andata così, vuol dire che non abbiamo seminato bene, non siamo riusciti a trasmettere a chi è venuto dopo di noi le stesse vedute d’insieme. Si è interrotto bruscamente un percorso di decenni, in cui l’interesse collettivo era garantito dal bene dei singoli. Oggi un cinismo che sfiora la spregiudicatezza ha ridotto in polvere l’attenzione verso il precariato”.

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