E se gli YouTubers creano siti proprietari, una ragione ci sarà.

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Foto da Canva.com

Il segnale arriva da un lungo approfondimento di tre giorni fa di David Molloy, technology reporter della BBC: le YouTube stars stanno sempre più spesso “migrando” verso piattaforme proprietarie. Ma perché?

Da tempo, segnala Molloy, ci sono tensioni fra i creatori di contenuti su YouTube e l’azienda proprietaria della piattaforma (Google) su una varietà di questioni: dagli introiti pubblicitari al copyright, passando per il numero di video consigliati agli utenti. Molti fra gli YouTubers di maggior successo sono ormai aziende con ottime prospettive di fatturato, e il loro obiettivo è naturalmente salvaguardare tali prospettive e proteggere l’azienda stessa.

Ecco perché si stanno spostando su piattaforme proprietarie: qui possono plasmare i contenuti ad hoc per i propri fedelissimi, avviare programmi di sottoscrizione e abbonamento, o campagne di crowdfunding. E c’è un vantaggio: a quanto pare, sulle piattaforme proprietarie tutta la tossicità che esiste sui social network non esiste. Si tratterebbe quindi di un ambiente pulito, profilato, sereno e con del potenziale. Niente haters e soprattutto niente algoritmo di YouTube che decide quale visibilità dare ai video dei creators… spesso in modo decisamente discriminatorio.

Secondo una creator intervistata da Molloy, Jordan Harrod, l’algoritmo di YouTube sarebbe pieno di bugs: “Prendi ad esempio un video che descrive come gli algoritmi individuano e moderano l’hate speech online. Ironicamente, l’algoritmo di YouTube potrebbe flaggare questo video come hate speech”, e quindi limitarne la visibilità. È accaduto ad un’altra creator, Lindsay Ellis, ‘colpevole’ di aver realizzato un video sulla transfobia nella cultura popolare che è stato “erroneamente” flaggato come video d’odio da YouTube.

Il risvolto negativo delle piattaforme proprietarie, però, c’è, e riguarda il branded content e le brand sponsorships: le grandi aziende preferiscono comunque il grande pubblico di YouTube, pur con tutto il “rumore di fondo” e i rischi di derive estremiste, connaturati nella “democraticità” stessa di una piattaforma che permette a chiunque di aprire un account e iniziare a pubblicare.