Fabrizio Salini spieghi al cda Rai quel no alla Netflix italiana

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Non è la prima volta che accade. E probabilmente, da qui a fine mandato, non sarà neanche l’ultima. C’è una parte del cda Rai – nello specifico i consiglieri Rita Borioni e Riccardo Laganà – che lamentano un deficit di informazioni da parte dell’ad Fabrizio Salini e del presidente Marcello Foa. E c’è un’altra parte del consiglio – Giampaolo Rossi, Beatrice Coletti e Igor De Biasio – che non si lamenta, o magari non lo fa pubblicamente. Forse in virtù di un accordo di non belligeranza. O magari perché a loro le cose vengono raccontate nelle stanze del settimo piano. O più semplicemente perché non hanno voglia di protestare e ritengono giusto che su certe materie decida l’ad, magari chiedendo parere al presidente.

QUEL NO A FRANCESCHINI – Questa volta oggetto del contendere non sono le nomine, il piano industriale, quello editoriale o un presepe comprato e mai allestito. Si tratta della nascitura “Netflix italiana” della cultura. Una piattaforma digitale con focus su teatro, musica e arte. Il tutto live e on-demand. Su smart tv, smartphone, tablet e pc. E naturalmente a pagamento. Motivo per il quale la Rai – consultata da Mibact e Cdp – avrebbe deciso di non essere della “partita” nonostante abbia già lanciato con successo RaiPlay. E nonostante la valorizzazione della cultura italiana sia proprio nella mission della Rai. Il servizio pubblico – è la motivazione trapelata dal settimo piano – trasmette in forza di un canone e manda in onda free prodotti made in Rai o acquistati dalla Rai. La mission della Netflix italiana della cultura deve essere sembrata lontana dunque da quella della tv di Stato.

LA MISSIVA DI PROTESTA – Il problema, dicevamo, è che nonostante il settimo piano sia stato a più riprese sollecitato a diventare partner industriale (poi è stato scelto Chili) del Mibact e di Cdp, nulla in questi mesi è stato detto ai consiglieri Laganà e Borioni. Per questo – con una missiva della scorsa settimana – chiedono “una relazione ampia e dettagliata, da discutere durante il prossimo cda del 16 dicembre, sulla mancata partecipazione della Rai al progetto ‘Netflix della Cultura’”. “Riteniamo che tale proposta istituzionale sia di rilevanza strategica per Rai e dunque anche di competenza del consiglio di amministrazione in virtù delle prerogative di indirizzo e controllo”. Ma la cosa “non è stato oggetto di alcun passaggio in consiglio di amministrazione”. La speranza dei consiglieri è che “si possa fare definitivamente chiarezza rispetto ad una vicenda ancora una volta davvero poco trasparente”. E chissà se oltre ai giornali, almeno Foa ne sapeva qualcosa…

SPREZZO E SUFFICIENZA – Intanto un’idea sul perché Salini non la informa su cose importanti la Borioni se l’è fatta eccome: “Probabilmente per non turbare le nostre giornate o forse perché non ci ritengono abbastanza affidabili. Perché di presepi e di piattaforme in cda non si è parlato MAI”, scrive in un post su Facebook. “Perché, malgrado, le lettere scritte insieme al collega Laganà per chiedere informative su questi ed altri temi, ancora non ho ricevuto alcuna risposta. Forse in Rai si preferisce usare la stampa, le veline, le indiscrezioni invece delle comunicazioni ufficiali per informare il cda anche su temi che, a mio modestissimo avviso, sono di competenza del Consiglio o di cui, almeno, il Consiglio nel suo insieme dovrebbe essere informato prima della stampa. Perché se queste notizie sono solo la punta dell’Iceberg di ciò che non arriva in cda, non ci sono evidentemente le condizioni minime per deliberare. Lo sprezzo e la sufficienza con cui il cda (o almeno parte di esso) è trattato questi vertici dimostrano – conclude Borioni – che manca terzietà e garanzie minime per svolgere un sereno e informato lavoro in cda”. Intanto da Mibact e Cdp fanno sapere che il progetto “è aperto alla futura collaborazione della Rai”. Chissà…

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