Facebook, YouTube e Twitter silenziano Trump. Ma il danno ormai è fatto. [Aggiornato]

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Un fotogramma della diretta della CNN di ieri, 6 gennaio 2021

[Aggiornamento delle 16.47 del 7.01.2020]

Mark Zuckerberg ha annunciato, attraverso il proprio profilo Facebook, la decisione di sospendere gli account di Donald Trump a seguito degli incresciosi eventi del 6 gennaio. “Crediamo che i rischi di permettere al Presidente di continuare ad utilizzare il nostro servizio siano semplicemente troppo grandi. Per questo abbiamo esteso indefinitamente il blocco dei suoi account Facebook e Instagram, o almeno per le due settimane necessarie affinché un pacifico passaggio di potere sia completo”, ha scritto.

[Articolo originale]

Quanto è accaduto negli Stati Uniti il 6 gennaio 2021 passerà alla storia non soltanto come la più grave crisi affrontata dalla più potente democrazia del mondo, ma anche come segnale – inequivocabile – della centralità dei nuovi media nel determinare movimenti di massa e condividere informazioni in tempo reale.

E mentre una buona parte di noi stava seguendo in diretta gli aggiornamenti via Twitter dei reporter chiusi all’interno del Campidoglio sotto assedio, un’altra battaglia epocale avveniva proprio sotto i nostri occhi: quella fra la libertà d’espressione e il diritto alla censura di contenuti falsi, fuorvianti, violenti o di incitamento alla violenza delle piattaforme social.

Siamo abituati fin dalla campagna presidenziale e dallo spoglio elettorale a leggere i messaggi di “contenuto non aderente al vero” aggiunti ai tweet e ai post di Trump, che conta oltre 88 milioni di follower su Twitter e 32 milioni su Facebook: un esercito pronto – come abbiamo visto – a infangare istituzioni democratiche e a violare Camera e Senato pur di impedire la ratificazione del risultato delle urne. Ma la reazione delle piattaforme è comunque troppo lenta rispetto alla rapidità con cui certi contenuti possono andare virali:

Partiamo dai fatti:

Ieri, mercoledì 6 gennaio, proprio in concomitanza con la seduta plenaria del Congresso per certificare i risultati delle urne e ratificare la vittoria di Biden e Harris alle ultime elezioni presidenziali, i sostenitori di Trump avevano organizzato un “Save America March” in Washington D.C. Fin dal giorno prima si sapeva che sarebbero state diverse migliaia le persone che si sarebbero riversate per le vie della capitale. E fin dal mattino del 6 gennaio i social di Trump sono stati un susseguirsi di affermazioni su frodi e brogli elettorali, istigazione ad essere “patrioti” (espressione usata anche da Ivanka in un suo tweet a parziale sostegno dei rivoltosi, poi cancellato), richieste sempre più insistenti a “Mike” (Pence) a mostrare il coraggio necessario per “rispedire i voti agli Stati” affinché potessero correggerli, perché basati su “irregolarità e frodi”. Cosa che il vicepresidente Pence non ha però fatto. E al culmine di una mattinata concitata, quando in Italia erano circa le 20, e mentre si confermava la vittoria Democratica anche ai ballottaggi in Georgia, i sostenitori di Trump hanno sfondato il cordone di sicurezza e hanno invaso il Congresso. Analoghe manifestazioni erano in corso in Colorado, Oregon e altri Stati. Il resto è cronaca, ampiamente raccontata dai media tradizionali di tutto il mondo e ancor più ampiamente discussa sui vari social.

Tre i filoni di discussione. Il primo è il “What if they were black? – E se fossero stati neri?”, a sottolineare la differenza abissale di approccio delle forze di sicurezza fra la manifestazione dello scorso giugno del movimento Black Lives Matter e quella di ieri dei sostenitori trumpiani. Il secondo, che ha preso forza nella notte e si è tradotto oggi nell’hashtag #25thAmendmentNow (130 mila tweet alle 13.30 di oggi, 7 gennaio) – cioè la richiesta a gran voce dell’applicazione del 25° emendamento, che prevede la possibilità di sollevare un presidente USA dal suo incarico in caso di gravi problemi mentali che gli impediscano di svolgere adeguatamente i suoi compiti:

E il terzo, quello sicuramente più rilevante ai fini della discussione sulla libertà di parola ed espressione, sul diritto di cronaca e il diritto di censura di contenuti violenti, falsi e tendenziosi, si è tradotto nella rimozione del video condiviso da Trump in cui ancora una volta sottolineava i brogli elettorali e giustificava le violenze con la frustrazione di essersi visti portar via le elezioni. “Vi amiamo, ma andate a casa”. Nessuna condanna alle violenze, nessuna condanna per l’assalto alle istituzioni, per il disonore alla democrazia.

Twitter ha inizialmente solo limitato la possibilità di interagire con il video e il successivo tweet di Donald Trump: vietato il like, il commento e il retweet diretto, ne ha però consentito il retweet con commento. Solo dopo l’una di notte – ora italiana – si sono finalmente decisi a rimuovere 3 tweet del presidente uscente “per ripetute e gravi violazioni delle nostre policy”:

Sospeso per 12 ore il profilo del presidente, che potrebbe essere rimosso per sempre qualora le violazioni fossero ripetute in futuro. E i tweet che chiedevano la rimozione totale dei profili di Trump erano iniziati molto prima, fin dalle prime battute dell’assedio, con l’hashtag #DeplatformHate.

Più solerti Facebook e YouTube, che già avevano rimosso il video poco dopo le 23.30 ieri sera, ora italiana. Su Twitter l’annuncio del VP of Integrity di Facebook, Guy Rosen: “Siamo in una situazione emergenziale e dobbiamo prendere appropriate misure d’emergenza, inclusa la rimozione del video del Presidente Trump. Lo abbiamo rimosso perché crediamo contribuisca al rischio del protrarsi della violenza, anziché limitarlo”:

Bloccato per 24 ore il profilo di Trump su Instagram, sospesa la possibilità di condividere contenuti anche su Facebook.

Ma profili e pagine social di Trump sono probabilmente solo la punta dell’iceberg: sono numerosi i tweet di utenti che confermano di aver segnalato contenuti minatori e violenti di sostenitori trumpiani in cui parlavano di “corsa alle armi” e avvisavano che il giorno dopo si sarebbe sparso sangue a fiumi.

Certo è che le voci che si sono levate con forza per chiedere la rimozione dei profili di Trump sono state tante. E le azioni per prevenire disinformazione e soprattutto violenza da parte delle piattaforme, evidentemente, non sono state sufficienti: ogni messaggio del presidente uscente negli ultimi mesi è stato incitamento alla mobilitazione popolare (tralasciamo qualsivoglia valutazione sul peso folkloristico di alcuni sostenitori trumpiani che si sono riversati nel tempio della democrazia americana), ogni tweet/post/video/foto una secchiata di benzina su un fuoco che stava crescendo e che ieri è esploso, contro il Congresso, contro il VicePresidente Pence colpevole di “non aver avuto il coraggio di fare ciò che andava fatto per proteggere il nostro Paese e la nostra Costituzione, dando agli Stati la possibilità di certificare una serie di fatti corretta, e non quelli fraudolenti e inaccurati che era stato loro chiesto in precedenza di certificare. Gli USA pretendono la verità!” (e questo contenuto è ancora presente e visibile su tutte le properties di Trump e da molti è indicato come la scintilla che ha fatto scatenare la folla contro il Congresso).

Una riflessione è necessaria, inderogabile ormai. Perché come dice Chris Sacca, un investitore di Twitter, “Avete del sangue sulle mani, Jack (Dorsey) e Zuck (Mark Zuckerberg). Per quattro anni avete razionalizzato questo terrore. Incitare al tradimento violento non è esercitare la libertà di parola”:

Ma il problema sono le piattaforme? O il problema è più profondo, ormai infiltrato nella nostra società, e Trump non ne è che il sintomo più evidente?