Favale: “In cda Rai per consigliare, non per essere consigliato”

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Ha sessant’anni ed è un avvocato specializzato nel settore delle comunicazioni, dell’audiovisivo e del diritto d’autore. È stato assunto in Rai nel lontano 1986, e nel 2014 ha trovato sulla propria scrivania una lettera di contestazione disciplinare per aver trattato e diffuso alla stampa documenti altamente riservati. E con quella motivazione è stato licenziato in tronco per “interruzione del rapporto fiduciaro”. Una brutta storia, che ha preso un binario civile e un altro penale, e che a distanza di anni deve ancora concludersi sotto il profilo legale. Ma Paolo Favale – che contesta quelle accuse come “false e inverosimili e peraltro sin da subito archiviate del giudice penale”- non porta rancore e all’amata Rai davvero non ci rinuncia. Ha mandato il proprio curriculum ad entrambi i rami del Parlamento. E ora si candida a governarla. LoSpecialista.tv lo ha intercettato in una calda domenica di luglio, e lui non ha dubbi: “Conosco la macchina Rai, sarei il navigatore ideale per il nuovo pilota”.

In Viale Mazzini le hanno mostrato “cortesemente” la porta. Perché si candida per entrare in cda? “Per fare bene il consigliere bisogna sapere cos’è il servizio pubblico e da dove viene la normativa speciale molto complessa che lo regola – ha premesso Favale -. Dopo trent’anni negli affari legali dell’azienda, con una specializzazione nel settore societario, sono stato fianco a fianco con diversi cda. Ho scritto delibere, ho maturato esperienza nel settore, so quali sono le decisioni e le responsabilità che gravano sugli amministratori, e sono certo di essere in grado di dare un contributo importante”. Sarebbe l’avvocato difensore della Rai e anche il suo consulente legale e societario? “Esattamente, anche perché l’amministratore delegato ha un potere enorme. Dieci milioni di procura per ogni singolo atto. Una mattina si siede alla scrivania, firma dieci contratti e valgono 100 milioni di euro. Il consigliere deve avere un proprio bagaglio e lo deve consigliare. Gli sarei di grande aiuto”. Qual è il primo consiglio che gli darebbe? “Deve capire subito che la natura del servizio pubblico è quella di rappresentare la Nazione. Questo dovrebbe essere il primo punto del nuovo piano editoriale e industriale”.

Ma si trova un bravo manager con uno stipendio da 240 mila euro l’anno? “Responsabilità e oneri sono enormi, è indubbio. Bisogna trovare un professionista con un grande spirito di servizio per il Paese. Altrimenti – ha aggiunto Favale – bisognerà derogare al tetto almeno per alcune figure apicali che devono sobbarcarsi un tale carico di responsabilità”. La prima cosa che farebbe entrando nella sala Orsello? “Il consigliere non deve entrare in cda con un proprio mandato. Ne ho visti tanti di consiglieri varcare la soglia con progetti roboanti rimasti ad impolverarsi sulle scrivanie. Anche perché i tre anni di mandato sono pochi e di potere un singolo consigliere non è ha”. A quali progetti si riferisce? “Accorpamenti delle news, tutta la Rai sul web, digitalizzazione di tutte le strutture. Poi finiscono il mandato sostenendo che se un singolo format passa alla concorrenza gli stipendi non si possono più pagare, la Rai avrà i conti in rosso, si rischia responsabilità erariale e quant’altro. È ridicolo”. Parliamo del caso Fazio? “Certo, come si fa a sostenere che la Rai fallisce se un singolo programma passa alla concorrenza”. È una Rai in mano ai produttori esterni? “Proprio così, è più comodo. Metti insieme quattro format esterni di una certa importanza e hai fatto un palinsesto”. Come se ne esce? “Bisogna ritornare a produrre contenuti in azienda. E la titolarità dei format più importanti deve essere della Rai, bisogna acquistarli appena si intuisce che incontrano il favore del pubblico. E poi l’innovazione deve far parte del dna di questa azienda e io di novità ne vedo davvero poche…”

Il grande male della Rai? “I lavoratori sono competenti e orgogliosi di appartenere alla tv di Stato. Ma stanno cominciando a perdere questo senso di appartenenza. Non sono presi in considerazione. Vengono scavalcati. Spesso gli incarichi sono appaltati all’esterno”. E la grande risorsa? “Sono proprio loro, i lavoratori. Hanno esperienza, sono preparati e hanno il senso del servizio pubblico, del pluralismo e della rappresentanza della collettività”. Immagina una Rai che rinuncia alla pubblicità su qualche rete? “No, vorrebbe dire un ridimensionamento della struttura. Anche i proventi degli spot vengono utilizzati in funzione del servizio pubblico. Manterrei questo sistema misto”. Come si fa a far diventare la Rai una media company? “La Rai deve rappresentare tutto il Paese – ha ribadito Favale – su tutte le piattaforme. Bisogna presidiare soprattutto internet, che varca i confini nazionali. Basta guardare il sito della BBC. In 27 lingue porta la cultura e la rappresentanza della Nazione nel mondo. È un obiettivo ambizioso. Ma alla Rai non manca nulla per fare lo stesso e anche meglio”. Crede davvero che i nuovo vertici Rai saranno indicati dalla politica secondo merito e non in base a logiche lottizzatorie? “Ci credo fermamente. La politica deve capire – ha concluso Favale – che è il caso di nominare consiglieri che consigliano e non che vengono consigliati”.

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