Giornalismo digitale e nuove professionalità: per Martinelli (Messaggero) 7 euro al pezzo posson bastare… per iniziare

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Un momento della conferenza su "Le nuove figure del giornalismo digitale" tenuta dall'associazione stampa romana - foto da streaming

La professione giornalistica ed il suo adattamento al mondo digitale; l’inquadramento di tante nuove figure nate con l’avvento del giornalismo digitale, che non sono giornalistiche nel senso classico del termine, ma che sono sempre più elementi fondanti del processo di formazione della notizia; come tutelare l’indipendenza dell’informazione in una realtà come quella attuale in cui precariato dei giornalisti e algoritmi la fanno da padrone ed in cui i cosiddetti OTT, Google e Facebook su tutti, decidono l’agenda. È stato un dibattito a 360 gradi sulla professione giornalistica, quello che si è tenuto stamattina in streaming sui canali Facebook e YouTube dell’Associazione stampa romana. Un dibattito a cui hanno partecipato esponenti di testate native digitali o principalmente digitali come Francesco Piccinini direttore di Fanpage e Marco Giovannelli di Varese News, e altri, come Massimo Martinelli direttore del Messaggero, in rappresentanza di testate cartacee storiche. Ne è emerso un quadro piuttosto desolante, in cui ciò che appare evidente è che il sistema dell’informazione italiana sia ancora molto indietro su questi temi e questo è il motivo per cui, senza un chiaro quadro normativo e contrattuale, precariato e sfruttamento giornalistico dilagano indisturbati.

Massimo Martinelli e i 7 euro a pezzo – Su questo aspetto è stato chiamato in causa il direttore del Messaggero Massimo Martinelli, che si è difeso sui 7 euro di compenso che il suo giornale riconosce ai freelance delle redazioni locali. Martinelli ha replicato che i 7 euro sono per articoli di sole 20 righe, mentre pezzi più lunghi vengono pagati meglio; ha sottolineato come il compenso sia netto e su questa cifra vengano pagati regolarmente i contributi. Ha aggiunto come questo compenso sia di gran lunga superiore a quelli riconosciuti dai competitor del Messaggero in ambito locale. Per il direttore del Messaggero, inoltre, quella del precariato dovrebbe essere solo una fase iniziale della carriera giornalistica, la fase in cui farsi notare per poi essere assunti qualora si sia dimostrato di valere. Insomma per Martinelli, la professione giornalistica non è cambiata, almeno nei suoi paradigmi fondamentali: il fulcro era e resta sempre la notizia. Chi è bravo, sa trovare le notizie e sa scriverle può fare carriera, altrimenti è destinato a restare precario.

Una posizione che non ha trovato d’accordo Michele Mezza, giornalista e docente universitario, che ha dipinto un quadro della realtà giornalistica molto diverso, ricordando come, da una ricerca condotta insieme all’Ordine nazionale dei giornalisti e all’Università Federico II di Napoli, il 64% delle testate europee sta sostituendo il lavoro giornalistico con dispositivi automatici. Una realtà in cui i software e gli algoritmi stanno piano piano sostituendo i redattori. Un processo di automatizzazione in cui, peraltro, ha aggiunto Mezza, non ci sono mai figure giornalistiche a gestire “gli algoritmi”.

La schiavitù da Google – Algoritmi che inevitabilmente sono diventati decisivi anche nella scelta dell’agenda. Una realtà che non è stata negata da nessuno dei presenti. Lo stesso Massimo Martinelli ha in parte confermato, sostenendo che “tutte le redazioni web organizzano una parte della loro produzione sulla base delle preferenze dei lettori monitorate attraverso i motori di ricerca, mentre una restante parte è fornita dalla redazione cartacea”. Insomma una certa influenza di Google nel dettare “la scaletta”, soprattutto sul digitale è innnegabile, e questo “mercato dei click” sta allontanando dal vero scopo dell’informazione. Portando con sé molte criticità: se l’informazione si fa dettare l’agenda da Google c’è chi può sfruttare questo a suo vantaggio, basti pensare al fenomeno dei troll in grado di generare in pochissimo tempo interesse su questo o quell’argomento.

A conclusione del dibattito Giulia Guida, segretaria nazionale Slc, il sindacato dei lavoratori comunicazione Cgil, ha ribadito come la vera sfida per salvaguardare l’informazione e la sua indipendenza, sia fornire un quadro di regole certe e trovare un inquadramento contrattualmente per le nuove figure legate all’informazione digitale. Una posizione condivisa anche dal presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Verna, che ha evidenziato che su questo tema ci troviamo “in mezzo al guado”, in una condizione di “vero e proprio disastro, perché sono saltati i canoni tradizionali” del lavoro giornalistico e che l’Ordine da parte sua, non stipulando contratti e non essendo un organo sindacale, può cercare di rispondere alle sollecitazioni che arrivano dai direttori dei giornali e formare nuove figure professionali al passo con i tempi.

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