Giornalismo europeo sempre più precario e routinizzato. La ricerca Media for Democracy Monitor 2020

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Giornalisti popolo di precari e insoddisfatti, alle prese con un lavoro che offre sempre meno risorse, è sempre più ripetitivo e difficilmente riesce a realizzare prodotti originali e di qualità. È il quadro piuttosto avvilente che esce dal rapporto “Media for Democracy Monitor 2020”, il progetto di ricerca longitudinale sulle prestazioni dei media in relazione alla democrazia in diciotto paesi europei ed extra-europei, che indaga sull’evoluzione nel tempo dell’importanza e del valore dei media per le democrazie contemporanee.

La ricerca è condotta tra le attività dell’Euromedia Research Group, una rete di ricercatori europei nata nel 1982 e che da allora porta avanti il progetto di raccogliere, scambiare informazioni e di sviluppare quadri che descrivano lo sviluppo dei media nella regione europea.

L’ultimo report, pubblicato pochi giorni fa, evidenzia come la qualità del lavoro giornalistico e il grado di soddisfazione di chi lo pratica sono a rischio in quasi tutti i diciotto Paesi oggetto dell’analisi. Il termine che meglio descrive la situazione generalizzata del settore è “incertezza”: sia nelle condizioni lavorative che nelle prospettive future. In questo senso le tendenze principali analizzate sono due: da un lato, l’uso sempre più diffuso di contratti a tempo determinato, dall’altro, il ricambio generazionale all’interno delle redazioni, finalizzato principalmente al risparmio di risorse in tempi di crisi.

Sebbene il giornalismo sia percepito come una professione “aperta”, nella maggior parte dei Paesi una percentuale considerevole di giornalisti è costituita da persone altamente istruite, in possesso di un diploma universitario, non necessariamente in discipline legate alle scienze della comunicazione o agli studi giornalistici. Nonostante ciò, la qualità del lavoro e la soddisfazione di coloro i quali la praticano sembrano essere in pericolo, sotto la spinta di un insieme di fattori comuni ma diversamente articolati nei contesti nazionali.

In alcuni paesi, come per esempio l’Austria, è l’aumento del carico di lavoro a generare insoddisfazione lavorativa nei giornalisti, mentre in Finlandia c’è un sempre maggiore divario tra informazione di qualità da un lato e un giornalismo di massa sempre più routinizzato dall’altro. In altre nazioni l’insoddisfazione lavorativa è generata da stipendi molto bassi che non permettono di svolgere il lavoro in condizioni ottimali, come nel caso portoghese, e che non permettono di realizzare prodotti giornalistici originali, come nel caso dei dati raccolti nel Regno Unito. In altri casi, come nel contesto islandese, è la carenza di personale a generare frustrazione e a rendere difficile l’obiettivo di sviluppare un “giornalismo di qualità”. Infine un ultimo fattore di insoddisfazione è la scarsità delle risorse, una questione rilevante ad esempio per i ricercatori greci, che denunciano il crollo finanziario del mercato dei media e la scomparsa dei diritti dei giornalisti, e belgi dove tre quarti dei giornalisti fiamminghi dichiarano che non c’è tempo e budget per condurre ricerche approfondite.

Fortunatamente all’interno di questo quadro abbastanza avvilente dell’ecosistema dei media, si registrano alcune eccezioni. È il caso dei Paesi Bassi dove, nonostante le vulnerabilità a livello locale, la professione giornalistica risulta essere al suo stato di maggiore evoluzione. O anche quello austriaco in cui, nonostante l’esistenza di scarse risorse e l’alta pressione lavorativa, i giornalisti godono di un’elevata sicurezza del lavoro.

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