Giornalismo: professione al collasso, Inpgi in dissesto

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Lo strapotere di Google, divenuto – senza produrre contenuti – il vero editore del mondo dell’informazione. Quello di Facebook, al terzo posto dopo tg e radio, nella classifica delle fonti utilizzate dagli italiani per informarsi. Il dilagare di Twitter (con i suoi “cinguettii”) e di Instagram (con le sue storie), sempre più fonti dirette di notizie (e di propaganda) tanto da mettere in un cono d’ombra l’intermediazione giornalistica. Social, tra l’altro, che potrebbero costituire una risorsa per la stampa tradizionale, se solo si smettesse di utilizzarli come “discariche di link” con post quasi mai commentati (o moderati) dai giornalisti. E ancora: i misteri dell’algoritmo, le nuove figure professionali (a partire dal social media editor), i video maker, la riforma del copyright, i diversi modelli di business (pubblicità, paywall, contenuti brandizzati, newsletter…). Di questo, e molto altro, si è parlato il 15 gennaio nelle sede capitolina di Stampa Romana. Un seminario (“Catena produttiva digitale”) – con un parterre di primo livello e fortemente voluto dal Segretario Lazzaro Pappagallo – che si è interrogato sul futuro della professione giornalistica e sul rischio – per dirla con Francesco Giorgino (Tg1) – di “un’informazione senza giornalismo e di un giornalismo senza informazione”.

Dissesto Inpgi – Ma c’è un rischio, presente e non futuro, per i giornalisti e riguarda i conti dell’Istituto nazionale di previdenza. Alla Torretta ne ha parlato Ida Baldi, fiduciario Inpgi, che senza mezzi termini ha annunciato – “numeretti” alla mano – il “totale dissesto”. L’istituto, infatti, che si occupa della previdenza (ma anche degli ammortizzatori sociali) della categoria ha chiuso il bilancio 2017 con un rosso di 101 milioni. Bilancio chiuso con perdite di 175 milioni nel 2018 e che la previsione del 2019 prevede in perdita per 181 milioni. Insomma, il commissariamento è dietro l’angolo. E questo nonostante in un paio d’anni siano entrati oltre 200 milioni dalla dismissione del patrimonio immobiliare…

Pensioni d’oro – “I giornalisti attivi in Italia sono 50.000 – ha premesso la Baldi – di questi 15.000 (-15% in 5 anni) sono dipendenti e 35.000 autonomi”. Misteriosamente gli iscritti all’ordine dei giornalisti sono 110 mila! In media un lavoratore autonomo guadagna 10.000 euro l’anno. “Nel 2013 – ha aggiunto il fiduciario Inpgi – i pensionati erano 5.700, oggi sono 7.300, 9.500 se consideriamo le reversibilità. Dovrebbero esserci tre giornalisti attivi per ogni pensionato, ne abbiamo 1,6…” In media – ecco un altro bel paradosso – i giornalisti percepiscono una pensione di 65 mila euro l’anno, la media dei giornalisti attivi è di 59.000 euro l’anno; la media dei nuovi assunti, e sono pochissimi, è tra i 17-20.000 euro l’anno. L’istituto paga prestazioni (tra pensioni e ammortizzatori) per 6-700 milioni l’anno. E i giornalisti che oggi percepiscono un ammortizzatore sociale sono circa 7.000.

La soluzione – Per evitare il collasso, “si sta cercando di far confluire all’interno dell’Inpgi circa 20-25 mila comunicatori. Che porterebbero – ha sottolineato Ida Baldi – nelle casse circa 130 milioni l’anno. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, è contrario. Ma per l’Inps pagarne 6-700 milioni in prestazioni sarebbe anche peggio…”. “Questa operazione è contenuta in un emendamento che dovrebbe prevedere, forse da approvare in un prossimo decreto previdenza, l’obbligo per chi opera nel settore della comunicazione (uffici stampa pubblici e privati, lavoratori del web) di versare i contributi all’Inpgi e non più all’Inps (qui il rapporto attivi/pensionati è 1,3)”. “Colleghi – la chiosa sulla quale all’ordine dei giornalisti fanno orecchie da mercante – che fanno anche lavoro giornalistico”.