Giulietti (Fnsi): “Il Governo Draghi? Per l’informazione fa zero più zero”

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Il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti - Foto da streaming

di Alberto Ferrigolo da Professionereporter.eu “È l’assalto all’informazione che da tempo viene condotto nel mondo e in Italia, in forme diverse, per colpire ed eliminare il concetto della mediazione, la vera emergenza oggi”, sostiene Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti. Una mediazione che va intesa anche nello specifico, “mediazione della politica, della scienza, della ricerca e mediazione del giornalismo”.

Giulietti, chi porta avanti quest’attacco?

“Il sovranismo. Meglio, il sovranismo nelle sue forme più estreme e il populismo congiunti. I quali hanno trovato forti alleanze in regimi di altra natura, quello cinese, quello egiziano, per esempio, nell’obiettivo di creare un rapporto diretto tra il capo e la folla. È il balcone della modernità, che non ha bisogno di mediatori perché il mediatore, colui che fa le inchieste, colui che fa le domande, colui che tenta di eliminare le oscurità, diventa ipso facto un nemico. E a prescindere dalla collocazione politica. Oggi il principale nemico del sovranismo e del populismo, per esempio, è il Papa. Gli ultimi dati del ministero degli Interni ci dicono che in Italia crescono costantemente le minacce contro il diritto di cronaca, le tradizionali minacce di mafia e camorra, alle quali si aggiunge l’attività del negazionismo e dello squadrismo, tutte unite dal filo dell’odio per il principio di competenza, di mediazione e di pensiero critico”.

Questa è un’analisi dal punto di vista politico e sociale, ma da quello strutturale dell’informazione, non è forse il precariato un’altra delle emergenze?

“Certo, qui mi sono limitato a indicare il nemico principale dal punto di vista assoluto, delle libertà, ma non c’è dubbio che il precariato sia una emergenza devastante e clamorosa, che rientra in un clima più generale”.

E quale sarebbe?

“Viviamo una stagione nella quale la questione sociale è stata rimossa da più parti e il precariato viene considerato come un soprammobile di casa, parte organica del mobilio. Un esempio tutto italiano è che nel nostro Paese dal 2012 giace nei cassetti della presidenza del Consiglio una normativa, faticosamente conquistata, che si chiama equo compenso e che significa semplicemente dare una equa mercede, come prevede anche la Costituzione, a migliaia e migliaia di croniste e cronisti precari. E che è già legge dello Stato, ma dal 2012 non viene emanato il regolamento – per opposizione degli editori”.

Quali sono le loro condizioni effettive di chi è precario?

“Sono privi di retribuzione, privi di assicurazione, privi di diritti e, naturalmente, parlando poi nello specifico del mondo dell’informazione, dovendo esercitare, rappresentare, incarnare l’articolo 21 della Costituzione, sono i più esposti ad ogni forma di ricatto”.

Come si affrontano queste emergenze nel 2022?

“Anche arrivando ad uno sciopero generale. Per l’applicazione dell’equo compenso, per esempio, e per la liberazione dalle querele-bavaglio. Sono le due priorità”.

Però il precariato è anche cresciuto a dismisura proprio in seguito allo sviluppo delle nuove tecnologie, internet, da un lato, e l’impiego massiccio dei social media dall’altro, che hanno contribuito a creare nuove figure professionali. Da questo punto di vista, l’Ordine rappresenta adeguatamente questi nuovi profili?

“Il nuovo presidente dell’Ordine Carlo Bartoli, proprio nell’intervista a Professione Reporter, mi pare abbia manifestato finalmente una coscienza piena di questi problemi. Penso che saranno messi in testa alle priorità dell’Ordine, che non può che allargarsi, comprendere questi che non sono degli ospiti, ma parte essenziale e integrante del sistema informazione. Bisogna forse ripetere la stessa operazione che fu fatta, tra mille contrasti e ostacoli corporativi, tanti anni fa, quando si venne a creare tutto l’universo delle emittenti locali, le quali erano fuori dal recinto della professione”.

In cosa è consistita quell’operazione?

“Le emittenti locali, i videomakers, i telecineoperatori, i fotografi e i fotoreporter erano guardati con un certo sospetto e li si voleva tenere fuori dal recinto. Va ripetuta, con lo stesso spessore culturale e coraggio, quella operazione di apertura e riconoscimento – prima di tutto da parte della professione e poi anche sul piano contrattuale – che fu tentata allora. Vorrei segnalare che quarant’anni fa, nel 1981, la vecchia politica di fronte alla crisi dell’editoria, che era crisi di finanziamento, di innovazione, di figure molto simili anche se di diverso genere – e all’epoca c’era anche la vicenda P2 oltreché le trasformazioni tecnologiche – la vecchia politica ebbe il coraggio di aprire una consultazione a tutto campo con i soggetti competenti e interessati, con i sindacati, con l’Ordine, per la riforma dell’editoria del 1981″.

Cosa ha comportato quella riforma, nel concreto?

“Non è stata solo distribuzione di denaro, ma anche accompagnamento da una fase tecnologica a un’altra. Fu il riconoscimento di figure professionali, l’avvio della discussione sullo Statuto dei diritti, e cito nello specifico Paolo Murialdi e Piero Agostini, e fu soprattutto un confronto aperto che partiva dal riconoscimento dell’articolo 21 come architrave della Costituzione”.

Ma sarebbe ripetibile quella vertenza? C’è oggi il clima adatto?

“Oggi le istituzioni non hanno la minima sensibilità in materia. Attualmente in Italia manca un interlocutore, sia imprenditoriale sia istituzionale su questi temi. Nel Pnrr non c’è una riga sui problemi dell’informazione, neanche sulla parte della transizione al digitale, che sarebbe stato il vero capitolo dove inserire una moderna riforma del sistema editoriale. La qual cosa significa, anziché dare soldi a pioggia, finalizzare le contribuzioni alla trasformazione tecnologica, finalizzare le premialità al riconoscimento del contratto, finalizzare i soldi all’uscita dal precariato. Ma il ‘governo dei migliori’ nel settore dell’informazione non ha fatto nulla di diverso dal ‘governo dei peggiori’, non affrontando né la Rai, né il conflitto di interessi, né le querele-bavaglio. Nulla di nulla, zero più zero più zero…”.

Come si può sbloccare la situazione e imporre una vertenza su queste parole d’ordine?

“A questo punto credo che i sindacati, e parlo a me stesso, debbano smettere di lamentarsi e mettere insieme tutte le proposte esistenti e sfidare il governo, in Parlamento, ad aprire la discussione sul tema essenziale che è il rinnovo della legge sull’editoria a quarant’anni di distanza”.

Lo ritieni possibile? Ma quali sono i soggetti che dovrebbero entrare in campo in questa fase?

“Non bastano accordi tra corporazioni. Per fare una riforma dell’editoria degna di quella del 1981, la prima cosa è che ci sia un’attenzione a una questione di fondo, e lo dico in questo modo: l’unico che ha manifestato attenzione reale all’articolo 21 della Costituzione è stato il presidente Mattarella, che è intervenuto quindici volte, ma le sue parole non sono state recepite dal governo e dal Parlamento. Il primo soggetto che deve entrare in campo è il Parlamento, che dovrebbe chiedere l’apertura della discussione sui provvedimenti attualmente depositati alle Camere”.

Ma questo Parlamento è all’altezza del compito, è adeguato? Potrebbe farcela?

“Questo Parlamento non muove un dito se il governo non gli dà l’input”.

Cioè Draghi in persona, dunque?

“Draghi non ci pensa nemmeno. Nella conferenza stampa di fine anno, il nuovo presidente dell‘Ordine, Bartoli, con la serietà, la serenità e la pacatezza che gli è propria ha rivolto a Draghi tre domande su equo compenso, le querele-bavaglio e sulla crisi. E il premier, per tutta risposta, è passato ad altro… Questa è la fotografia da tener presente. E allora bisogna aprire una vertenza, che è fatta di scioperi, di mobilitazione, di iniziativa politica, sindacale e sociale. Altrimenti passerà altro tempo inutilmente”.

Ma pensi che la categoria sia in grado o pronta a sostenere una vertenza così concepita?

“Sento questo dibattito da tantissimi anni. È vero però anche il contrario: se non si provoca il dibattito dall’alto non si aprirà mai. In questo momento, non tra i giornalisti, il dibattito sull’informazione è atrofizzato nel Paese. Siamo arrivati al punto che a Cgil e Uil, per aver proclamato uno sciopero, gli è piovuto addosso di tutto. Siamo in una fase in cui il pensiero critico è attutito e il conflitto viene vissuto come un male, come un ostacolo a uscire dalla pandemia. Penso invece che il pensiero critico aiuti a combattere tutti i virus. Quindi ritengo che uno ci debba provare, il che significa non urlare ma mettere insieme tre proposte che sono: legge sull’editoria, equo compenso e querele-bavaglio, sulle quali ultime c’è persino il rischio che arrivi prima la direttiva europea che la legge italiana”.

Ma il sindacato è in grado di sostenere una battaglia del genere, mobilitando la categoria? Lo dico non per sfiducia, ma perché nei post su Facebook, nelle chiacchiere tra colleghi, ma anche vedendo le difficoltà quotidiane in cui si muovono, agiscono e stentano a riunirsi i Comitati di redazione, più spesso ci si chiede: ma il sindacato dei giornalisti esiste ancora? E a dirlo, il più delle volte, sono proprio i precari…

“Questo tipo di dibattito è sempre esistito e non mi nascondo dietro un dito. Però, ripeto, c’è una crisi della democrazia che ci riguarda tutti. C’è una crisi della rappresentanza che è generale, una crisi del giornalismo che solo un cieco o un idiota può negare, c’è una crisi della regole che non si può ignorare. Quindi, che ci siano sacche di malessere e sfiducia è assolutamente giustificato. Ma se io, invece di essere il presidente della Federazione della stampa, fossi un ragazzo che entra nella professione e che si vede dare tre euro, che se li vede liquidare in nero, che si vede ricattato e non tutelato, non mi basterebbe una predica o una lezione sulla bellezza del sindacato, vorrei la dimostrazione della sua utilità effettiva. So bene che ogni giorno le associazioni regionali si occupano di questi temi, ma è del tutto evidente che su una vicenda come l’equo compenso, se dal 2012 non si riesce ad applicare la legge, direi che chi lo attende ha tutto il diritto di lamentarsi e di esser insoddisfatto. Per questo mi sono permesso di dire che l’iniziativa di lotta deve partire dall’equo compenso, perché riguarda le condizioni di centinaia di persone che hanno tutto il diritto del proprio malessere. Comunque, personalmente continuo a preferire chiunque tira la giacca, fino a strapparla, alle organizzazioni sindacali che chi manifesta assoluto cinismo e distanza”.

Tornando al tema dell’Ordine dei giornalisti e tenendo presente questo discorso sui precari e le nuove figure professionali che si sono via via formate nel tempo, ha ancora senso la distinzione professionisti-pubblicisti?

“Un modello che andrebbe studiato più attentamente è il modello francese: è giornalista chi dimostra di vivere di giornalismo. Noi abbiamo un problema drammatico: il nostro è uno dei pochi Ordini che non ha l’esclusiva. Si può essere iscritti anche all’Ordine degli avvocati, degli ingegneri, degli architetti, e questo è un elemento inquinante”.

Anche il mondo dei pubblicisti è comunque a sua volta cambiato.

“Ma certo! E, lo dico senza snobismo alcuno, c’è il rischio che restino fuori dalla professione e dal ‘castello’ centinaia e centinaia di persone che fanno i videomaker, i fotografi, tutte le nuove figure della professione cresciute con internet Si rischia di avere dentro figure che fanno tutt’altro mestiere, l’avvocato, per dire – nobilissimo mestiere – ma che non c’entrano niente con i nuovi percorsi e processi produttivi, e restano invece fuori migliaia di ragazzi che sono dentro la nuova professione. Insisto, bisogna guardare il modello francese, alla ‘carta del giornalista’, che dimostri che si vive prevalentemente di questo mestiere. Ma è un dibattito che aprirà l’Ordine”.

C’è un altro dibattito, che ha riguardato l’Inpgi, sull’aprire o meno ai comunicatori. Tu cosa ne pensi? L’Ordine dovrebbe allargarsi anche a loro?

“Intanto avrebbe già dovuto farlo. E se fosse stato fatto sarebbe stato anche più semplice affrontare la vicenda dell’Inpgi. Però il problema non è finale, è iniziale. E immagino che l’Ordine lo vorrà affrontare rispondendo alla domanda: cos’è il giornalista oggi? E in che modo l’Ordine si apre e riconosce le nuove figure professionali, comprese quelle dei comunicatori, perché c’è un sottilissimo dibattito che riguarda il principio di verità e il principio di fedeltà. Dobbiamo ricordarci che la politica non ha riformato l’Ordine dal 1963. L’unica modifica dell’Ordine ha riguardato la possibilità di usare il computer al posto della macchina per scrivere agli esami da giornalista… e c’è voluta una modifica legislativa, per capirci bene. Poi, con una fatica estrema, dovuta anche ad una resistenza corporativa, è stato anche modificato il numero – da 170 a 60 – dei consiglieri dell’Odg. È del tutto evidente che il legislatore non vuole mettere naso dentro l’Ordine, perché lì, dentro la legge, c’è il tema della formazione, dell’Albo, delle università, della deontologia, il tema delle sanzioni. Siamo sempre al punto di partenza: se il governo o il Parlamento non affrontano queste questioni essenziali per lo sviluppo delle libertà e non aprono la discussione per la modifica delle regole, si finisce per lasciare l‘Ordine da una parte in balia di chi grida ‘basta le corporazioni! Apritevi!’, dall’altra dentro un’armatura che è quella di quasi sessant’anni fa. Di un mondo che non c’è più”.

Che messaggio invii al governo e al Parlamento?

“Governo e Parlamento sanno perfettamente che hanno di fronte, nella Federazione della Stampa e nell’Ordine nazionale, gruppi dirigenti rinnovati, assolutamente interessati alla riforma dell’editoria e alla riforma dell’Ordine. sono Pronti a portare proposte di riforma e autoriforma”.

Dunque il soggetto con cui ci si deve confrontare è il Parlamento, prima di tutto.

“Certo, ma sapendo che in questa stagione il Parlamento sta rinunciando alla sua propria autonomia e tutto passa da Draghi. E questo per talune cose può essere positivo, forse, penso al tema della distribuzione dei fondi del Pnrr e della lotta al virus, ma per altre ragioni un sistema di fatto presidenzialista, dove tutto si assomma al vertice, rende difficilissima qualsiasi riforma. Figuriamoci quelle che hanno a vedere con l’articolo 21 della Costituzione”.

Come fa un Parlamento a far sì che vi siano buoni giornalisti?

“In questo momento non lo fa in nessun modo. In questo momento c’è un paradosso tale, che ci sono centinaia di forme di solidarietà per ogni giornalista aggredito, colpito, che finisce sotto scorta, ma in tutte le dichiarazioni non si troverà mai una sola riga – salvo rari casi – che dica: ‘Adesso andiamo ad approvare i provvedimenti di contrasto e di sostegno’. È un paradosso mortale, perché in questo settore bisognerebbe arrivare il giorno prima e invece si rischia di arrivare sempre e solo il giorno dopo”.

Come si fa a salvare l’informazione veritiera che in questo momento è assediata dalle fake news e dai dibattiti distorti di tanti talk show?

Lo dico con una battuta: leggendo il libro di Vittorio Roidi, ‘Nel segno della verità’, perché dette tutte queste cose non può neanche passare il principio che ciascuno di noi si senta deresponsabilizzato. Descritto il male, descritta la crisi, concordo con lo sforzo di volontà che si trova dentro quel libro, dove si ricorda a ciascuno di noi che c’è il dovere di ricercare la verità, il dovere di esercitare il pensiero critico, di verificare le fonti. La gravità della situazione non può neanche diventare un alibi. Quei pochi esempi positivi – dal Guardian a Le Monde di questi giorni, ad alcune esperienze americane – ci dicono che il pensiero critico viene premiato, che la cura e l’accuratezza riceve il plauso di ascoltatori e lettori. Cura e accuratezza dovrebbero diventare i due nuovi orizzonti, nella ricerca delle parole, dei significati, delle fonti e nella capacità di andare oltre la banalità quotidiana. C’è tutta una superficie che viene rappresentata a reti unificate, 24 ore su 24, ma poi c’è una profondità che può essere rappresentata solo da giornalisti d’inchiesta. Non è un caso che esperienze come Fanpage o Il Post siano molto apprezzate anche nel panorama editoriale italiano”.

È di questo che ha bisogno il giornalismo professionale?

“La risposta sta non nell’attenuazione della funzione, ma nell’esaltazione della sua funzione”.

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