I social, un “dilemma” democratico per la politica e per il diritto

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“Da postini a editori. Come cambiano le piattaforme digitali”. Se n’è parlato stamane – grazie al Segretario di Stampa Romana Lazzaro Pappagallo – in un evento on-line moderato dal giornalista Luigi Ferraiuolo. Tanti gli interventi autorevoli che hanno cercato di dipanare una matassa che comincia ad annodare anche le regole del gioco democratico. La prima difficoltà, emersa nella discussione, è stata quella di dare una definizione alle piattaforme social. Sono solo dei vettori? Sono editori? Sono piattaforme commerciali? Sono meta-nazioni digitali, che in alcuni casi battono moneta e hanno relazioni diplomatiche? O sono assimilabili a un servizio pubblico essenziale? O infine sono semplicemente il motivo per cui sono state pensate all’origine: piattaforme private, con regole sottoscritte da chi crea un account, di relazioni punto a punto. Se questa domanda la facessimo a Mark Zuckerberg, forse non saprebbe rispondere neanche lui visto che gli algoritmi e l’intelligenza artificiale ormai sfuggono anche al controllo di chi li crea. O se il fondatore di Facebook conosce la risposta, non la dice, o magari la cambia a seconda di chi gliela pone: un big spender della pubblicità o un senatore del Congresso americano. Resta il fatto che la prima cosa da fare sarà rispondere a questo primo quesito. Dopodiché, ultimato il quadro, bisognerà ritagliargli intorno una cornice di regole, perché come ha giustamente detto il giornalista Michele Mezza, “i postini le buste le consegnano, non le aprono”. E soprattutto non le strappano… E pensando proprio agli algoritmi, ai quali ora viene delegato alche il ruolo di censori, ha aggiunto: “Serve trasparenza e condivisione”. Oreste Pollicino, professore di diritto costituzionale, ha invocato il passaggio dal “liberismo tecnologico a un capitalismo digitale più mite con sanzioni del potere pubblico”. Mentre il giornalista Andrea Morigi si è interrogato sulla morale dei social e su come viene declinata nei vari Paesi.

LE REGOLE – E di cornici di regole ha parlato proprio Maurizio Molinari, direttore de la Repubblica, che ha citato un intervento di Angela Merkel al summit di Davos di un paio di anni in cui la Cancelliera tedesca allertava sul problema con le libertà nello spazio digitale. “Ci sono due grandi modelli che si contrappongono. C’è il modello cinese – spiegò la Merkel – in cui tutte le comunicazioni vengono controllate da un unico attore che è il partito comunista. E c’è il modello americano dove la stragrande maggioranza delle comunicazioni vengono governate e gestite da quattro-cinque attori privati che hanno sede nella Silicon Valley. Qual è il ruolo dell’Europa? Stabilire un terzo modello, declinando lo stato di diritto nella realtà digitale”. “Io credo che questa sia la sfida europea – ha aggiunto Molinari – ovvero la necessità di ripetere nello spazio digitale la difesa dello stato di diritto che noi abbiamo nello spazio reale. Mi riferisco alla tutela della proprietà intellettuale, alla tutela dei diritti degli individui, alla tutela dalle aggressioni, alla difesa dal cyber bullismo. Insomma una molteplicità di diritti da tutelare e una molteplicità di reati che devono essere impediti nella realtà digitale. Abbiamo bisogno che i singoli Paesi europei prendano singole iniziative nel rispetto dei loro ordinamenti nazionali per tutelare i propri cittadini. Serve coraggio e lungimiranza da parte di che siede in Parlamento, coraggio e iniziativa da parte nostra, e un ruolo specifico per il sindacato. Una lotta contro il tempo… Chi produce diritto deve declinare una nuova teoria dei diritti digitali. Una sfida – ha concluso – da far tremare i polsi”.

LE LIBERTA’ – Sulla libertà di espressione ha concentrato il proprio intervento, invece, il giurista Vladimiro Zagrebelsky. “Stiamo parlando di un diritto che nasce con limiti preventivi o repressivi. Un diritto fondamentale che nasce con un’esigenza di responsabilità nell’esercizio di una libertà. Bisogna rispettare ad esempio la reputazione altrui, alcuni segreti, la sicurezza pubblica, la protezione della salute”. Tutti limiti – ha sottolineato Zagrebelsky – “posti dall’Autorità pubblica e strettamente necessari in una società democratica”. E la censura? “È lecita – ha concluso – quasi doverosa in alcuni casi. Ma chi la esercita, i privati?”

IL MANIFESTO – Carlo Verna, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, ha parlato infine della necessità di “un bilanciamento”. “Possono essere queste piattaforme, monopoliste e autoreferenziali, a praticare anche la censura?” si è chiesto. Verna ha quindi auspicato regole, un’Authority dei social e “un manifesto sulla difesa dei diritti dei cittadini digitali”.

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