Il Coronavirus pretesto per limitare la libertà di stampa. Il rapporto di Rsf su giornalisti detenuti

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Il Coronavirus usato come pretesto per “cucire la bocca” alla stampa. È quanto emerge dal riepilogo annuale di Reporter senza frontiere sui giornalisti detenuti, in ostaggio e dispersi. Raccontare la pandemia per decine di giornalisti, soprattutto asiatici, ha significato finire in galera. L’Ong, che ha lanciato a marzo l’Osservatorio 19 dedicato al tema, ha registrato tra febbraio e fine novembre “più di 300 incidenti direttamente legati alla copertura giornalistica della crisi sanitaria”, che hanno coinvolto quasi 450 giornalisti. Attualmente, si legge nel documento, sono 14 i giornalisti ancora in galera per motivi legati alla crisi sanitaria, di cui 7 in Cina, due in Bangladesh e uno in Myanmar. In Medio oriente, dove diversi paesi hanno approfittato della pandemia di Coronavirus per aumentare il controllo sui media e sulle notizie, tre giornalisti sono ancora trattenuti per articoli legati al virus: due in Iran e uno in Giordania.

In assoluto il numero di giornalisti detenuti in tutto il mondo a fine 2020 è di 387, stabile rispetto ai 389 dello scorso anno ma che resta molto elevato. Preoccupa il numero di donne arrestate nel 2020 che è aumentato di un terzo rispetto all’anno precedente, salendo a 42.

Sul totale degli arresti oltre la metà (61%) è avvenuto in soli cinque paesi: la Cina si conferma la più incline alla restrizione della libertà di informazione con 117 giornalisti detenuti, seguita da Arabia Saudita (34), Egitto (30), Vietnam (28) e Siria (27).

Il rapporto quest’anno dedica particolare attenzione alla situazione bielorussa, dove sta andando in scena “una repressione senza precedenti” dopo la rielezione molto contestata di Alexander Lukashenko. Secondo Reporter Senza Frontiere almeno 370 giornalisti sono stati arrestati sulla scia delle contestate elezioni presidenziali del 9 agosto, sebbene la maggior parte di loro sia stato rilasciato dopo un breve periodo. Il dato merita attenzione dal momento che anche le minacce ai giornalisti rappresentano una riduzione della libertà di stampa.

Sono in leggero calo, invece, i giornalisti attualmente in ostaggio dopo essere stati rapiti. Secondo il rapporto sono almeno 54 giornalisti che si trovano in questa condizione, il 5% in meno rispetto allo scorso anno. Dopo il rilascio di un giornalista ucraino, trattenuto da separatisti filo-russi nella regione del Donbass dell’Ucraina orientale, restano Siria, Iraq e Yemen gli unici paesi in cui giornalisti risultano ancora in ostaggio e di alcuni di loro non si sa nulla da anni. Altri quattro giornalisti sono scomparsi in circostanze inspiegabili nel 2020: uno in Iraq, uno in Congo, uno in Mozambico e uno in Perù.

Sono cinque, infine, i giornalisti che, al primo dicembre scorso, rischiavano la condanna a morte. Uno di questi, il giornalista iraniano Ruhollah Zam, è stato giustiziato lo scorso 12 dicembre. Gli altri quattro sono sotto la custodia dei ribelli Houthi in Yemen.

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