Il Fatto, il fondatore Colombo contro il direttore Travaglio. Su guerra ed ebrei

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Furio Colombo - Foto da streaming

di Alberto FerrigoloLa guerra e la collaborazione del professor Alessandro Orsini divide il Fatto Quotidiano. “Devo per forza notare e far notare che Alessandro Orsini, entrato all’improvviso e con veemenza nel giornale di Travaglio e di Padellaro, ha funzionato come il frate che solleva i confratelli e i fedeli per riformare una chiesa”, scrive Furio Colombo in una lettera al quotidiano. Quindi, “all’improvviso mi sono trovato a scrivere su questo giornale – che avevo contribuito a far nascere, con Padellaro e Travaglio – accanto a un collega che non conoscevo e che non vorrei conoscere, caro a tutti coloro che pensano che l’America sia il vero pericolo dei popoli e delle democrazie, e che l’invio di armi ai resistenti invasi e assediati dal rischio imminente di distruzione totale sia un sacrilegio”. Pertanto “dopo di lui niente è più come sembra, perché Orsini ha scosso con forza e con violenza la fiducia di chi legge e di chi scrive su un giornale su cui lascia una pesante impronta, una sorta di esclusiva”.

Guerra a rovescio – Furio Colombo cita anche Massimo Fini (“un altro collega”), senza mai nominarlo, autore di un articolo “che mi racconta, al rovescio, la terrificante Guerra Mondiale che ho vissuto e che conosco e ricordo da bambino in fuga, in una versione in cui Hitler era di origine ebraica e non aveva alcuna intenzione di fare la guerra che distruggerà l’Europa. Aggiungendo un’affermazione che nega la Storia ed è inaccettabile anche come post verità in quella frase ‘i tedeschi (i tedeschi delle Fosse Ardeatine e di via Tasso) proteggevano gli italiani mentre gli americani invadevano il Paese, abbandonato a stupri e violenze in libertà”. Ce n’è abbastanza per chiedersi: “Come faccio a scrivergli accanto. Chi di noi è il falsario?” e per interrompere la collaborazione con Il Fatto.

E se Antonio Padellaro, che con Colombo ha diretto l’Unità dal 2000 al 2005, si dice stupito di dover “leggere sul nostro giornale un aut aut (o qualcosa che gli somiglia) in cui non mi ero mai imbattuto prima”, Marco Travaglio, il direttore, è più tagliente e scrive invece che “l’amicizia e la riconoscenza che mi legano a te dai tempi de l’Unità mi spinge a pubblicare questa tua invettiva che nessun direttore, nemmeno tu all’Unità, pubblicherebbe mai”, perché “contravviene a una regola non scritta ma aurea di tutti i giornali: scrivere tutto ciò che si pensa, ma senza metter le mani addosso e le dita negli occhi ad altri collaboratori”.

Giornali e caserme – “Caro Furio – seguita Travaglio – tu non condividi quello che scrivono Fini e Orsini e immagino che la cosa sia reciproca. Io, soprattutto sulla guerra in Ucraina, non condivido ciò che scrivi tu, ma pubblico tutto ciò che scrivi. Dov’è il problema? Siamo un giornale, non una caserma. Siamo in democrazia, mica in Russia. Sul Fatto c’è posto per tutti. Non esistono ‘falsari’ né delinquenti, dunque ‘scrivere accanto’ a un professore che la pensa diversamente non è ‘complicità’: è pluralismo”.

Quanto a Orsini, Travaglio precisa che il professore alla Luiss, ora in parte rimosso per le sue posizioni su guerra, Russia e Ucraina, “non è arrivato al Fatto facendo irruzione manu militari: l’ho chiamato io, appena ho saputo che la sua rubrica di geopolitica sul Messaggero non veniva più pubblicata perché si discostava dal pensiero unico sulla guerra e la sua università, sempre per le sue idee, gli creava seri problemi. Proprio per questo è nato il Fatto nel 2009: per dare un tetto a chi ha qualcosa da dire, ma non sa più dove dirlo. Due anni fa seppi che Lerner lasciava Repubblica perché non ci si riconosceva più: lo chiamai e gli dissi che il Fatto era casa sua, pur dissentendo con lui su molte cose. Idem Orsini: non aveva più un giornale, ora ce l’ha. E scrive liberamente il suo pensiero”.

Ricostruzioni frettolose – Lerner, invece, cerca di “cogliere la sostanza dello sfogo veemente inviatoci da questo splendido novantunenne”, che è appunto Furio Colombo, conscio che “la guerra lacera le relazioni fra gli uomini, fomenta i loro peggiori sentimenti, solo di rado li migliora. Succede anche fra noi”, sottolinea Lerner, “per questo considero una ricchezza la varietà di posizioni che si esprimono liberamente su questo giornale, quando attingono a effettive competenze di studio e di vita vissuta, e non ai riassuntini di Wikipedia”, però “anch’io come Furio Colombo, mi sento ferito dalla perentorietà di certe ricostruzioni frettolose della storia che hanno il fine di spacciare la geopolitica per una scienza esatta. Nella quale pazienza se non trova posto la volontà degli ucraini di mantenere l’indipendenza ottenuta da soli trent’anni”, però “a questo serve la preziosa varietà di posizioni che possono esprimersi senza censure sul nostro giornale”, conclude il giornalista transfuga da la Repubblica.

Il dibattito continua, mentre il Comitato di redazione sostiene che “la redazione è fatta di giornalisti che si confrontano con il direttore sul proprio lavoro. Una discussione quotidiana, ancor più necessaria in un momento storico così difficile, che rende Il Fatto un giornale a volte caotico, ma vivo e mai appiattito su una singola tesi. Allo stesso tempo, pluralità non vuol dire sempre condivisione. Una cosa sono le opinioni, come quelle sulle responsabilità e le cause della guerra, un’altra le tesi per noi inaccettabili. Possiamo assicurare a Colombo che come tale abbiamo considerato, contestandola, quella sostenuta da Massimo Fini sul comportamento dell’esercito tedesco in Italia”. Nota alla quale Travaglio replica dicendo: “Continuerò a pubblicare i giudizi dei nostri commentatori, anche di quelli più urticanti, stimolanti e provocatori come Fini (ma non solo lui), senza alcuna censura”. Il dibattito prosegue.

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