Il Mottarone e la becera ipocrisia del giornalismo italiano

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Foto di alleksana da Pexels

Non aggiunge nulla! Era tutto descritto nei minimi particolari. Non c’è notizia. Non c’è particolare inedito. E, quindi, giornalisticamente non c’era nessun motivo per la pubblicazione se non una esecrabile ricerca dell’ascolto, della sensazione. Uno sfruttamento del voyeurismo deteriore che giustamente Mario Morcellini definisce “pornografia del dolore”.

In questo miserabile ping pong tra chi difende e chi condanna la pubblicazione dello schianto della cabina della funivia del Mottarone una sola considerazione ci interessa sottolineare. Ancora una volta il giornalismo italiano si troverà a doversi guardare allo specchio e a ritrovarsi a navigare in un quadro di regole inesistenti o esistenti ma inapplicate e inapplicabili. Miseramente amministrate da organi di governo della categoria inconsistenti, impotenti e soprattutto non rappresentativi.

E il risultato è che ancora una volta ogni redazione alla bisogna fa e farà quello che vuole senza timore di ammenda. È così che gli italiani continueranno ad assistere allibiti a titoli e servizi razzisti, misogeni, diffamanti, palesemente falsi, inopportuni, deontologicamente vietati, eticamente riprovevoli provenienti da questo o quell’altro media, da destra o da sinistra. E anche in questo caso assisteremo all’ennesima riprova del fallimento dell’autodisciplina della categoria che nella migliore delle ipotesi produrrà il solito pesantissimo buffetto ammonitore. E allora torneremo a denunciare vuoti normativi, legislazioni vetuste, regole anacronistiche consapevoli però che il giornalismo italiano pecca di un’ipocrisia profonda, di impreparazione, di inadeguatezza che ne mina alle fondamenta l’autorevolezza e invece lo condanna ad essere non riconosciuto, biasimato e colpevole agli occhi dell’opinione pubblica che ora grazie ai social non ci lesina gli insulti.

Non tutti i giornalisti italiani son così. Assolutamente no. La maggior parte non lo sono. Ma quella minoranza che purtroppo c’è e che lo è provoca danni tali da compromettere l’intera categoria.

Personalmente mi sono trovato quasi sempre ad essere critico con la censura tout court. Credo che, ‘con le dovute accortezze’ ad esempio i bimbi morti nel drammatico esodo dai sud ai nord del mondo possano in alcune circostanze essere mostrati. Risvegliano le coscienze, mostrano il dramma, portano a conoscenza i problemi, raggiungono pubblici che le sole parole non toccherebbero mai. Ma questo ha un valore giornalistico incontrovertibile. Il video mostrato ieri non porta in dote niente di tutto ciò. Regala solo dolore ai parenti delle vittime ai quali i magistrati avevano avuto sensibilità e premura di risparmiare quello strazio.

In qualità di giornalista io oggi un po’ mi vergogno. La missione della nostra professione credo profondamente che non contempli quello che è andato in scena ieri e il miserrimo teatrino che ne è seguito. Scene che purtroppo la rete irrimediabilmente perpetuerà negli anni. Scene che torneranno agli occhi di quel bimbo salvato dal padre anche quando bimbo lui, non sarà più.

Non posso esprimermi a nome di altri anche se vorrei tanto poterlo fare.

A titolo personale però, piccolo Eitan, oggi io ti chiedo perdono.