Il politicamente corretto all’attacco di Grease. Ma per sradicare il sessismo dal cinema ci vuol più di un po’ di chiacchiericcio social.

0
815

A giugno è stato il turno di “Via col Vento”: sull’onda dell’emozione di #BlackLivesMatter, Hbo ha rimosso il kolossal perché rappresentativo di un’America razzista (uscito nel 1939 e ispirato all’omonimo libro di Margaret Mitchell del ’36 ambientato durante la Guerra di Secessione negli Stati Uniti del Sud). Ieri, 4 gennaio, gli scudi del politicamente corretto si sono levati contro un’altra icona del cinema d’ogni tempo, “Grease”, il musical cult con Olivia Newton-John e John Travolta, colpevole di “sessismo, omofobia e razzismo”.

Oltre 40 anni dopo la sua uscita nelle sale, il film che racconta la storia d’amore fra Sandy e Danny viene bollato da alcuni spettatori inglesi di misoginia e bullismo, accusato di incitare allo stupro, alle molestie e allo slut-shaming. Ma da dove arriverebbe tutta questa polemica? A quanto pare da un articolo comparso sul Daily Mail domenica 2 gennaio e scritto, a quanto riporta un free-lance britannico, a partire da un numero irrisorio di tweet che sostengono “Grease” sia obsoleto e sessista:

Un numero risibile diventato “social in rivolta” contro il musical su alcuni media italiani. Perché i social in realtà si sono mobilitati in massa a sostegno di “Grease”, e le conversazioni non si sono affievolite: 11.140 tweet oggi 5 gennaio, svariate migliaia ieri. A quanto pare una storia inventata, creata ad arte per fare clickbait, poi gonfiata all’inverosimile e approdata addirittura sul primo TG d’Italia:

L’ennesimo esempio di come sia facile oggi, nell’era della superficialità onnipresente e dell’analfabetismo funzionale, fabbricare notizie sul nulla e accendere flames nella rete. Ma se davvero l’intento è quello di contrastare il sessismo, il razzismo, l’omofobia, il bullismo e quant’altro, nel cinema, allora è necessario andare più a fondo. Partendo dalla giuria degli Academy Awards, il più famoso “premio” cinematografico, che secondo il più recente studio disponibile (e comunque datato 2012) condotto dal Los Angeles Times, vedeva 94% dei membri caucasici e 77% uomini, e ben il 54% con più di 60 anni. Alcuni boards tecnici sono composti da uomini per il 90%. Risibile la diversificazione etnica.

E se non vogliamo prendere l’intera storia degli Oscar, dal ’29 a oggi, ma focalizzarci solo sui film candidati negli ultimi 30 anni, quanti vedono protagonisti femminili, ispanici, afroamericani, della comunità LGBTQ? Quanti invece hanno protagonisti maschili (e caucasici), tratti patriarcali, misogini, razzisti, sessisti? Forse sarebbe ora di smetterla col revisionismo cinematografico, e iniziare a porre le basi per una narrazione più inclusiva, che davvero sia rappresentativa della sensibilità odierna. Sempre che quella sensibilità ci sia.