Inpgi al collasso – Besana (Fnsi): tempo, riforme e nuove professioni.

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Tutti i nodi vengono al pettine era uso ammonirmi mio padre. E ora che l’Inpgi, la casa delle pensioni dei giornalisti, è al collasso ci si rende conto che decenni di colpevole inattività da parte di tutte le amministrazioni sia politiche che di categoria hanno determinato una situazione che necessita di interventi urgenti e straordinari per tentare, senza garanzia di riuscita, di riportare in equilibrio i conti dell’istituto.

Nella piacevolissima chiacchierata che ho avuto ieri sera con Guido Besana, vice segretario della Fnsi e presidente della commissione Contributi e vigilanza dell’Inpgi, abbiamo constatato con amarezza quanto poco o nulla sia cambiato da quando 21 anni fa facevamo parte insieme della primissima commissione di studio della federazione della stampa sui media digitali: il dipartimento online.

Ma al di là di questo Besana di cose ce ne ha raccontate diverse e tutt’altro che irrilevanti.

Guido, smarchiamoci subito da questo botta e risposta con Ferpi e ReteCom che dichiarano di non volere assolutamente passare sotto l’ombrello dell’Inpgi. Su AdgInforma ne abbiamo parlato con Rita Palumbo che ha rigettato con forza l’ipotesi.

La posizione della Ferpi è abbastanza discutibile per le premesse che contiene. In questo senso, la Ferpi dice: noi che rappresentiamo i comunicatori la pensiamo così. Poi la Ferpi ha cominciato a veicolare comunicati analoghi anche a nome di altre associazioni. ReteCom che raggruppa 6 o 7 associazioni diverse.

A parte che mi stupisco sempre che Rita Palumbo, segretario generale di un’associazione che conta circa 600 iscritti si preoccupi di dire che i comunicatori non vogliono entrare nell’Inpgi quando è lei stessa una pensionata Inpgi. Però il problema di fondo è un altro. È capire cosa si intende per comunicatori. Queste sono associazioni che raggruppano sì, comunicatori ma anche responsabili marketing, dirigenti aziendali, pubblicitari. Insomma un po’ di tutto. E in particolare Ferpi, raggruppa soprattutto liberi professionisti. Quello di cui si parla, quando si parla dell’allargamento della platea di contribuenti dell’Inpgi, è una cosa diversa. Cioè significa portare alla contribuzione Inpgi quella categoria di lavoratori che svolgono attività contigue o analoghe o rapportabili all’informazione pur non essendo magari iscritti all’albo dei giornalisti. I cosiddetti giornalisti di fatto.

Quindi a noi, all’interno dell’Inpgi, non interessa portare il dirigente d’impresa o l’uomo del marketing. Ci interessa portare dentro chi fa comunicazione istituzionale: gli uffici stampa ad esempio. C’è stato un lungo e faticoso percorso che ha portato agli uffici stampa pubblici con la legge 150. Percorso che non è arrivato a compimento. Nella pubblica amministrazione svolgono lavoro di ufficio stampa, e non di portavoce intendiamoci, moltissimi nuovi iscritti all’albo. Allora l’iscrizione all’albo è fatta sui criteri della legge del ’63 e, quello che pensiamo, è che forse bisognerebbe oggi allargare un pochino quei confini. Quando nel passato all’Inpgi sono approdati prima i praticanti, poi i pubblicisti, poi i telecineoperatori, sono stati adottati criteri di allargamento della platea per contiguità professionale.

Stai parlando dei comunicatori pubblici. Ma per portarli dentro bisognerebbe prima rinnovare il contratto del pubblico impiego.

Questa è una cosa che secondo me non è strettamente necessaria. Nel senso che l’ultimo rinnovo contrattuale che ha istituito la base di partenza per quella che è stata chiamata la legge 151, descrive la coesistenza all’interno degli uffici stampa della pubblica amministrazione del giornalista pubblico e del comunicatore pubblico e già quella può essere una base di una definizione di platea. Per quanto ne so io, anche se la ministra della Funzione pubblica Fabiana Dadone ha osservato che bisognerebbe fare prima il rinnovo del contratto, intanto io osservo che il contratto è scaduto nel ’18 e quindi sarebbe pure ora che si decidessero a farlo, dice una cosa parzialmente vera. Perché c’è comunque la possibilità di intervenire senza passare attraverso il rinnovo contrattuale e dice una cosa che trascura il fatto che ad esempio Cisl e Uil, Cgil è minoritaria in quel settore, sarebbero favorevoli a farlo.

Ma anche entrassero sia i comunicatori pubblici e mettiamo anche parte di liberi professionisti che non sono sotto l’ombrello dell’Ordine dei giornalisti non credi che non sarebbero comunque sufficienti a sanare i 253 milioni di buco annuali dell’Istituto? Quale altra prospettiva vi figurate?

Prima di tutto bisognerebbe partire dalla riforma del 2017. Cioè dall’ultima riforma che è stata fatta all’Inpgi che è stata quella più sostanziosa. Gli effetti di quella riforma si cominciano già a vedere e ad esempio si sono visti l’anno scorso con un rallentamento netto della propensione al pensionamento e un rallentamento dell’accesso al pensionamento. Certo se si fosse voluto ottenere il massimo effetto, il governo avrebbe dovuto evitare di anticipare la riapertura della corsa ai prepensionamenti. Sai se da un lato ti dicono riduciamo le spese e poi dall’altro ti dicono facciamo i prepensionamenti diventa poi difficile. Però gli effetti si cominciano a vedere e la tendenza, la linea tendenziale è confortante. Diciamo che i 253 milioni di quest’anno sono comprensivi di una quarantina di milioni dovuti ad una vicenda di calcoli sbagliati da parte dell’erario e da parte dell’Inpgi sull’effettiva aliquota di contribuzione dovuta nel corso degli anni. Si tratta di una spesa eccezionale. Quindi trattiamo di circa 200 milioni quando parliamo dello sbilancio della gestione caratteristica. Cinquanta, cinquantacinque milioni derivanti dai comunicatori pubblici significherebbero un quarto di questo sbilancio. È quindi una cifra che ha un suo rilievo. Significherebbe che l’erosione del capitale rallenterebbe. E significherebbe avere il tempo per vedere gli effetti positivi della curva. Perché tutti gli studi attuariali fatti nel corso degli anni prevedono sì una discesa ma anche una risalita.

Stai dicendo che avete bisogno di tempo…

Pian piano passano la mano i soggetti che effettivamente hanno goduto delle vacche grasse. Se tu guardi il sistema del calcolo delle pensioni in vigore all’Inpgi, vedi che praticamente dall ’86, vado a memoria, chi oggi ha meno di 35 anni di contributi versati si vedrà calcolare la pensione sulla media di tutta la vita lavorativa. Quindi quelli che se la vedevano calcolare sui 5 anni più ricchi ormai stanno diminuendo. Certo godono ancora di pensioni molto ricche ma il tempo passa per tutti. Quelli che sono andati in pensione molto presto, certo sono in pensione ancora adesso. Penso ad esempio a Mastella che è andato in pensione con 14 anni e mezzo di contributi a carico dell’Inpgi. Però si stanno assottigliando queste coorti come le chiamano i tecnici. Quindi la sostituzione di pensioni squilibrate con pensioni equilibrate sta andando a regime. E non ci vorrà molto tempo. Tutti i bilanci attuariali ci hanno sempre detto c’è un calo e poi c’è una risalita perché vanno a regime le riforme fatte a maggior ragione dopo l’ultima. Il problema è che abbiamo perso un quarto della popolazione dipendente con questi dieci anni di crisi infinita.

Ci sono tutta una serie di professionalità che non vengono prese in considerazione dalle attuali normative sul giornalismo e che ci dovrebbero invece rientrare a pieno titolo. Non credi?

Io penso che ci sia una quantità di persone che fanno lavoro giornalistico fuori dal perimetro del giornalismo classico. Dal vostro osservatorio penso ne siate convinti anche voi. Allora quello che io e altri come me andiamo a sostenere nel tempo è che dovremmo cominciare a considerare che la definizione di giornalismo risale ad un’epoca in cui esisteva un solo canale televisivo, un solo canale radiofonico, i quotidiani, i settimanali ed un’agenzia di stampa. Stiamo parlando della metà del secolo scorso. Tutto questo va ad impattare fino alla legge 416 e le sue successive modificazioni. Si parla appunto di quotidiani, periodici ed agenzie di stampa. Agenzie di stampa solo nazionali, oltretutto. È una follia.

È decisamente una situazione drammatica però pian piano la gente lo sta capendo. I colleghi in Federazione, la maggior parte di loro, l’hanno capito. All’Inpgi l’hanno capito. Hanno capito che un web master, un social media manager fanno informazione la maggior parte del tempo. L’approccio: la prevalenza dell’attività giornalistica sì ma non necessariamente e non categoricamente. Noi abbiamo avuto nel corso degli anni una cosa come 5.000 ispezioni nelle pubbliche amministrazioni fatte da parte dell’Inpgi. Per recuperare contributivamente un soggetto questo doveva essere iscritto all’albo e fare esclusivamente attività giornalistica. Capisci che anche questa è una cosa superata. È una cosa che non esiste più. Se l’approccio fosse un po’ più deciso anche da parte del governo sarebbe meglio

Ci chiedono un anticipo al 2017 del sistema contributivo?

Le pensioni vengono calcolate sostanzialmente su tutta la vita lavorativa. Quindi contributivo e retributivo dipende dalla percentuale di contributi sulla retribuzione. Se lo si calcola su tutta la contribuzione o su tutta la retribuzione c’è solo un fattore di conversione che è poi quello che viene definito nel sistema di calcolo. Il sistema contributivo può se anticipato di dieci anni portare ad un risparmio inferiore ai due milioni di euro all’anno. Stiamo parlano dell’un per cento del problema.

Godiamo di una proroga ma abbiamo comunque tempi strettissimi prima del commissariamento.

Sono sei mesi. L’impressione è che questo Governo non voglia commissariare l’Inpgi. Non voglia accollarsi questo problema. Commissariare l’Inpgi significa in realtà una cosa molto semplice. Significa prendere l’Inpgi e trasformarla in una gestione a sé stante all’interno dell’Inps. Sulla quale operare secondo criteri praticamente da troika. Cioè andare a tagliare di un terzo tutte le prestazioni. È una soluzione che risolve i conti nell’immediato ma non risolve il problema strutturale. Il problema strutturale è: chi versa i contributi lì dentro. Chi fa informazione e comunicazione o solo i giornalisti iscritti all’albo. Se la risposta è solo i giornalisti iscritti all’albo allora ogni discorso è inutile.

L’unica soluzione è ampliare la base contributiva?    

Altrimenti sarebbero pannicelli caldi. Poi tu stesso sai esattamente quali sono i confini reali di questa attività. Che è un’attività di mediazione culturale fondamentale per la democrazia che viene svolta in maniera che si evolve.

Erodoto lo faceva in un modo, Biagi lo faceva in un altro e i ragazzi di oggi lo fanno in un altro modo ancora. L’importante è che chi lo fa, lo faccia con delle regole.

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