Jack Dorsey conferma: giusto e legale sospendere l’account di Trump

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“Non festeggio né vado fiero nell’aver dovuto bannare @realDonaldTrump da Twitter”: inizia così il lungo thread pubblicato verso l’una – ora italiana – del 14 gennaio da Jack Dorsey, fondatore e CEO di Twitter.

“Dopo aver avvisato chiaramente che avremmo compiuto questa scelta, abbiamo preso una decisione sulla base della migliore informazione che avevamo, basata sulle minacce alla sicurezza fisica sia su Twitter, sia al di fuori. È stata la scelta giusta?” Dorsey prosegue: “Io credo sia stata la decisione giusta per Twitter. Ci siamo trovati di fronte ad una circostanza straordinaria e insostenibile, che ci ha costretti a concentrare tutte le nostre azioni per la sicurezza pubblica. La violenza offline come conseguenza di discorsi online è palesemente reale.”

Il dibattito è andato avanti per giorni su entrambe le sponde dell’oceano sulle conseguenze della decisione di Twitter e di numerosi altri player di limitare o sospendere gli account di Trump (e non solo, la casa editrice Simon & Schuster ha cancellato la pubblicazione del libro del senatore repubblicano Josh Hawley, che aveva sostenuto l’obiezione ai risultati elettorali): si è fatto appello alla libertà di espressione, si è parlato di censura, di connivenze delle piattaforme con i Democratici e gli antagonisti del presidente uscente… ma come sostiene un editoriale pubblicato il 9 gennaio scorso sul The New York Times, per quanto le decisioni delle varie aziende possano essere sembrate poco sagge, gli studiosi della Costituzione americana sostengono che non siano affatto in violazione del Primo emendamento, anzi, sono state tutte perfettamente legali e legittime. Il Primo emendamento proibisce infatti la censura di Stato e non si applica alle decisioni prese da aziende private.

Quindi, l’affermazione del figlio di Trump, Donald Jr., che “La libertà di parola è morta in America”, a quanto sostiene RonNell Andersen Jones, professoressa di diritto all’Università dello Utah intervistata dal NYT, non è corretta. “È diventata prassi comune – anche fra quanti dovrebbero chiaramente saperlo – etichettare ogni questione che limiti la libertà di parola di chiunque, come un problema che riguarda il Primo emendamento. Ma il Primo emendamento limita unicamente le autorità governative, e né un’azienda di social media né un editore sono enti governativi. Anzi, essi stessi godono dei diritti garantiti dal Primo emendamento evitando che il governo richieda loro di associarsi con determinati argomenti”.

Certo, il problema va ben al di là del Primo emendamento, perché ormai le piattaforme social sono aziende globali e benché abbiano sede legale negli USA ha sempre meno senso, per molti, che siano vincolati unicamente alle normative americane. E soprattutto regna il disagio che un manipolo di aziende social possano decidere quali correnti di pensiero sostenere a seconda dell’avvicendamento dei consigli d’amministrazione e dei manager. Questo è particolarmente sentito per Twitter, che è sempre stato il canale preferito di comunicazione del presidente Trump e non solo: innumerevoli politici di tutto il mondo lo usano, e almeno il 25% degli account verificati appartiene a giornalisti e organi di stampa.

“Dover sospendere un account ha ramificazioni reali e significative”, prosegue il thread di Dorsey, evidentemente consapevole del dibattito che la decisione ha scatenato. “Sebbene ci siano chiare e ovvie eccezioni, sento che una sospensione sia un fallimento da parte nostra e del nostro desiderio di promuovere una sana conversazione. È l’occasione per noi di riflettere sulle nostre attività e sull’ambiente che ci circonda”.

Ma – perché c’è un ma, e anche bello grande – Jack è consapevole che una simile decisione crei un precedente pericoloso: “Dover compiere queste azioni frammenta la conversazione pubblica. Ci dividono. Limitano la possibilità di chiarire, redimersi, e imparare. E creano un precedente che ritengo pericoloso: il potere che un individuo o un’azienda detengono su parte della conversazione pubblica globale”.

Fra l’altro, sebbene questo momento storico abbia richiesto “questa dinamica”, scrive Dorsey, “sulla lunga distanza sarà distruttivo per le nobili finalità e gli ideali dell’internet aperto. Un’azienda che prende la decisione di ‘auto-moderarsi’ è molto diversa da un governo che revoca o blocca l’accesso, eppure la sensazione è assai simile”. E c’è il bisogno di maggior trasparenza sulle attività di moderazione (almeno da parte di Twitter), perché quanto successo “non può erodere un internet libero, aperto e globale”.

A rassicurare Dorsey & omologhi arriva però anche l’affermazione del Dr. John Aughenbaugh, esperto di diritto costituzionale alla Virginia Commonwealth University, intervistato dalla NBC12. “Ciò che Twitter ha fatto non viola il Primo emendamento della Costituzione. Il Primo emendamento si applica al Governo, e sia Twitter, che Facebook, e qualsiasi altra piattaforma social, sono attori privati e pertanto nel loro caso il Primo emendamento non è applicabile”. E il Governo certo non limita la libertà di parola, prosegue Aughenbaugh. Il presidente uscente può andare per strada, rilasciare un comunicato stampa, chiedere agli amici di chiamare a raccolta i propri sostenitori. Senza contare che nell’utilizzare piattaforme come Twitter o Facebook, sottolinea il professore, si accettano i loro termini di servizio. “Se ti iscrivi o utilizzi una piattaforma accetti determinate condizioni. E se non le rispetti, la piattaforma può bannarti”. Più chiaro di così…