La pandemia mette a dieta la Rai. Ecco tutti i tagli di Salini

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L'amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini. Foto Ufficio stampa Rai.

Anche la Rai fa i conti con la pandemia. E i numeri del budget 2021 – appena approvato dal cda – raccontano di un Fabrizio Salini sotto al macigno dei diritti tv (-137 milioni) e alle prese con la tagliola: “Razionalizzazione dei costi operativi per circa 70 milioni”. Un’operazione che consentirà all’azienda – con un po’ di “ottimismo” nelle stime della raccolta pubblicitaria (e grazie ai “ristori” di Roberto Gualtieri) – di chiudere l’anno a quota -57 milioni. Ma un’operazione che sta suscitando parecchi mugugni all’interno del servizio pubblico. Sì, perché una parte di questi interventi riguarda proprio il costo del personale che passa – a quanto apprende AdgInforma.it – dai 939 milioni del 2019 a 919 milioni del 2021. Tagli per 20 milioni, dunque, in due anni. Ma da dove arrivano questi soldi? I sindacati (già impegnati nelle trattative per il rinnovo del contratto collettivo di lavoro) ne parleranno il 21 gennaio alle 17 (da remoto) in un summit proprio con Salini.

SAVING SU DIPENDENTI – Ma sfogliando i numeri del settimo piano, quello che l’ad spiegherà già è possibile immaginarlo. Il risparmio sul costo del personale è frutto di due diversi piani di incentivo all’esodo, l’ultimo dei quali (15 milioni) porterà all’uscita entro il 31 marzo di quest’anno di circa 200 dipendenti. A questo si aggiungo l’imposizione da parte dell’azienda dello smaltimento delle ferie arretrate. E poi, nota dolente, c’è un piano di “saving” su straordinari (che non si possono fare in smartworking) e maggiorazioni (a partire dai notturni).

TAGLIO LINEARE SU ARTISTI – Gli altri 50 milioni di tagli, invece, sono ascrivibili alla riduzione del 15% dei contratti di natura artistica scaduti (solo se superiori ai 40.000 euro l’anno). Un taglio che sarà applicato anche a quelli che scadranno nel 2021 e la tagliola – garantiscano dai piani alti – non salverà nessuno. E poi ci sono tagli a (quasi) tutti i budget (29 milioni solo alla fiction) e alle produzioni esterne.

NESSUN TAGLIO AI DIRIGENTI, invece, e anche questo è stato motivo di polemiche (anche da parte del consigliere Riccardo Laganà) in queste settimane. Ma per capire perché Salini non tocca la propria “squadra” forse bisognerebbe andare a scorrere l’elenco dei dirigenti (bravi) che in questi anni hanno lasciato l’azienda, a partire da quelli cresciuti nel vivaio Rai e ora passati alla concorrenza: Andrea Fabiano (TimVision) e Tinny Andreatta (Netflix). Ma negli ultimi tempi hanno fatto le valigie in molti: Salvatore Lo Giudice, Valerio Fiorespino, Camillo Rossotto, Alessandro Picardi e così via… Se si vuole evitare che la concorrenza continui a fare la spesa in casa Rai, meglio darsi una calmata con lo spoil system e con le panchine degli appesi. E soprattutto meglio non ritoccare a ribasso quel tetto dei 240 mila… Un tetto massimo (e ne sa qualcosa Salini che guadagna molto meno dei suoi omologhi in altri gruppi editoriali) ma che – e su questo la base ha certamente ragione da vendere – non deve diventare una base minima. Basterebbe un po’ di merit system. Insomma il costo della governance è lo scotto che il servizio pubblico deve pagare per cercare di restare competitivo in un mondo – quello dei piani alti – al quale non piacciono i tetti. È il mercato bellezza!

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