La regina di Netflix apre col gambetto – e gli scacchi volano in vetta alle classifiche

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Cr. PHIL BRAY/NETFLIX © 2020

Li abbiamo incontrati spesso, gli scacchi, nel cinema o nelle serie tv: da Blade Runner a Il Settimo Sigillo, da Endgame a Dottor House, da 2001: Odissea nello Spazio a Harry Potter, solo per citarne alcuni. Scene di grande valenza simbolica, ma spesso intrise di imprecisioni e inesattezze che hanno fatto arruffare il pelo agli amanti della scacchiera.

Se la serie Netflix più “hot” del momento ha un pregio evidente, è proprio questo: Scott Frank, creatore, autore e regista dei 7 episodi de “La regina degli scacchi”, ha adottato una specie di approccio inverso, partendo dagli scacchi e assicurandosi, grazie alla consulenza di Kasparov e Pandolfini, che ogni dettaglio fosse oltremodo perfetto e mai ripetitivo, per poi “disegnare” la trasposizione televisiva del romanzo di Walter Tevis dell’83 attorno ad una perfetta e veritiera narrazione scacchistica.

Ma non sono sufficienti gli scacchi a decretare il successo di questa serie, che tutto sommato tratta argomenti abbastanza cliché quali traumi infantili, famiglia spaccata, dipendenza, alcolismo. Perché le recensioni sono concordi nel dire che i sette episodi “riescono a catturare lo sguardo dello spettatore e a tenere col fiato sospeso” dall’inizio alla fine [Mad For Series]. Quindi qual è la causa di questo successo? Perché una donna-prodigio degli scacchi dovrebbe tenere incollati allo schermo milioni di spettatori di tutto il mondo?

L’ambientazione (gli Anni ’50 e ’60, in piena Guerra Fredda), il ritmo molto simile a una danza, il contrappunto fra gioco degli scacchi e sfida con se stessa della protagonista, e diciamocelo, anche il fatto che al centro della scena ci sia una donna, giovane, bella, magnetica, in un contesto a tutt’oggi ancora prettamente maschile. E magari anche un pizzico dell’eterno duello fra USA e Unione Sovietica, cui ci siamo un po’ disabituati in era di distensione e nuovi equilibri internazionali, ma che rassicura nel suo dejà vu.

Visto il successo, c’è da aspettarsi una seconda serie?