Le Big tech giocano a Pac-man con le start-up. Mangiate 9222 aziende per soffocare la concorrenza

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Foto di p2722754 da Pixabay

In gergo vengono chiamate “Killer acquisition” ed indicano le acquisizioni di start up o comunque piccole società in crescita da parte dei gradi Over the top con lo scopo di soffocare sul nascere dei potenziali concorrenti. Una pratica che, secondo un recente studio di Refinitiv, il gruppo finanziario angloamericano, è molto diffusa tra le big tech. I dati analizzati dal Financial Times, parlano di 9222 startup acquistate da inizio anno dai grandi gruppi tecnologici, per un investimento monstre di 264 miliardi di dollari. Un fenomeno, continua lo studio, in grande espansione se si pensa che questi numeri superano del 40% quelli dei primi anni 2000.

Che fine fanno tutte queste acquisizioni? Nella maggior parte dei casi vengono chiuse dopo poco tempo mentre solo in rari casi seguono delle logiche di crescita. Insomma sono evidentemente azioni che, come chiarisce Barry Lynn, direttore dell’Open markets institute di Washington, non solo rendono le big tech “molto più potenti” ma aumentano “il loro potere sulle persone che lavorano per loro, sui mercati dei capitali e sugli investitori, bloccando quel tipo di concorrenza che può favorire l’innovazione”. Operazioni volte a soffocare sul nascere la concorrenza piuttosto che a favorire la propria crescita.

Le authority che fanno? – Il problema è che queste operazioni spesso sfuggono all’occhio delle Autorità antitrust proprio perché prese singolarmente hanno valori modesti e riescono a passare inosservate. Basti pensare che negli Stati Uniti le transazioni al di sotto dei 92 milioni di valore non devono essere notificate alla Federal trade commission americana e nel settore tecnologico, come riporta Refinitiv, nel 2021 ne sono state completate 8451 per una spesa totale di 65,6 miliardi di dollari. Anche in Europa le authority fanno fatica a scovare le killer acquisition perché i controlli scattano non in base al valore dell’acquisizione ma in base ai ricavi delle imprese coinvolte.

“Penso alle acquisizioni seriali come una strategia Pac-Man: ogni singola fusione, vista indipendentemente, potrebbe non sembrare avere un impatto significativo, ma l’impatto collettivo di centinaia di acquisizioni più piccole può portare a un colosso monopolistico”, ha avvertito Rebecca Kelly Slaughter, commissario dell’Ftc.

Ora, però, queste azioni anticoncorrenziali potrebbero incontrare maggiori ostacoli. La Federal trade commission (Ftc) americana ha da poco pubblicato i risultati di uno studio sulle attività di fusione e acquisizione tra il 1° gennaio 2010 e il 31 dicembre 2019 non dichiarate, portando a galla un decennio di intensa attività delle big tech allo scopo di eliminare futuri potenziali concorrenti.

“Lo studio evidenzia la natura sistemica delle loro strategie e cattura la misura in cui queste aziende hanno dedicato enormi risorse all’acquisizione di startup, portafogli di brevetti e interi team tecnologici. E come sono state in grado di farlo in gran parte al di fuori della nostra competenza”, ha spiegato Lina Khan, presidente della Ftc. Mentre la Khan continuerà la sua battaglia contro lo strapotere delle big tech, al di quà dell’Oceano la Commissione europea si sta adoperando per aumentare il proprio spettro di indagine in collaborazione con i regolatori dei Paesi membri.

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