“L’informazione? Non è più lotta politica, ma questione di vita o di morte”

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di alberto Francesco Garibaldi da Professionereporter.euIl rapporto dei virologi e l’utilizzo di Tik Tok. Il ruolo (e il futuro) delle donne nelle redazioni dei giornali e le aggressioni degli estremisti no-vax degli ultimi giorni. Sono alcuni dei temi che tre Direttori di testata (più un vicedirettore vicario) e uno di agenzia di stampa hanno approfondito a Dogliani, nella cornice del “Festival della TV e dei nuovi media”. Interpellati dal Direttore di Fanpage, Francesco Piccinini, Maurizio Molinari (La Repubblica), Claudio Cerasa (Il Foglio), Stefano Feltri (Domani), Mario Sechi (Agenzia AGI) e Andrea Malaguti (vicedirettore de La Stampa, in sostituzione di Massimo Giannini) hanno discusso e ragionato insieme sulle sfide del settore dell’informazione.

Informazione e giornalismo: quali errori sono stati compiuti dallo scoppio della pandemia?

Feltri: “Ho avuto potere decisionale solo per una parte di pandemia. Tante cose non mi sono piaciute, anche su giornali dove ho lavorato e che ho diretto. Credo che non dovremmo rifare (e non avremmo dovuto fare) le interviste ai virologi, perché i professionisti della comunicazione siamo noi, e non loro. C’è stata una timidezza della nostra categoria, mandando avanti la scienza. Esistono persone che hanno competenze diverse e noi, che siamo aggregatori di informazioni di professione, dovevamo fare di più. Su Domani abbiamo pubblicato solo 2 interviste ad esperti, per scelta. Anche l’uso e l’interpretazione dei dati è stato un errore: noi abbiamo preso una persona solo per analizzare i dati che ci ha aiutati ad evitare cantonate sui numeri dei morti per Covid, vaccinati, non-vaccinati.

Sechi: “È stata un’esperienza interessante: ad Agi abbiamo raddoppiato la produzione di lanci, che non è scesa ma si è mantenuta in questi mesi, anche se con tutti i cronisti in smart-working. Questo è stato molto positivo. Sono d’accordo sui virologi, sono stati fonte di confusione. La presenza del virologo ha offuscato quella del politico. E sul processo informativo, abbiamo dovuto essere ancora più precisi: poche volte è successo che abbiamo dovuto correggere una notizia. Sotto il profilo dell’informazione c’è stata una grande maturazione”.

Cerasa: “Sui virologi non bisogna esagerare. Il punto è a chi si dà la parola: non tutti i virologi hanno in questi mesi dimostrato di essere così competenti da fotografare la situazione. Sia i virologi sia le persone interpellate devono essere attenti ad utilizzare ciò che hanno per prevedere il futuro.

Per me è stato un anno e mezzo incredibile, ogni giorno capitava una cosa che cambiava il mondo. È stata una lezione importante: è sbagliato provare a dire cosa succederà domani, dopodomani, tra due mesi.

Il tema è attrezzarsi a governare quello che si ha. Meno previsioni, più fotografia di ciò che sta accadendo”.

Molinari: “La pandemia è stata spartiacque, per vari motivi. Le nostre redazioni si sono riorganizzate: non era mai successo che i giornalisti non andassero in redazione per lavorare. Bisogna dare atto al governo Conte di aver capito la gravità della situazione: aver considerato l’informazione centrale – mantenendo aperti i giornalai – è stato fondamentale. I lettori, invece, hanno chiesto sempre più contenuti digitali. Noi abbiamo dovuto adeguarci, con nuove professionalità in ufficio, nuova produzione di contenuti, senza dormire mai, lavorando h24.

Con Gedi, abbiamo creato un content hub “Salute”, accessibile da tutti i 24 siti del gruppo, che ha avuto uno straordinario successo. Il numero di lettori digitali che ci chiede informazioni sulla salute, ci dice che si è formato un nuovo bisogno. Oggi il content hub ha decine di giornalisti per investimenti importanti: è una trasformazione strutturale non secondaria, che avrà delle conseguenze.

La pandemia ha portato un indebolimento del populismo. Il governo Draghi ha rafforzato le istituzioni repubblicane dando più stabilità al Paese”.

Malaguti: “La pandemia, inaspettata, è arrivata addosso all’informazione. A marzo 2020, ricordo che in redazione ci si cominciava ad ammalare. In dieci colleghi, nei primi giorni, andammo a fare il giornale nelle rotative, in una “bolla”, in cui abbiamo passato vari giorni a tentare di capire dove andare. Concordo: forse è sbagliato rivolgersi a tutti i virologi in tutte le situazioni, ma sicuramente devi avere degli interlocutori nuovi, capire con chi parlare.

Questa storia ci ha re-insegnato ad essere molto più approfonditi nell’interlocuzione con le fonti. Abbiamo selezionato virologi e medici, di fronte ad un territorio ignoto abbiamo sicuramente fatto anche degli errori. Sapevamo che ogni parola errata che scrivevamo poteva avere effetti molto negativi.

Il rapporto che abbiamo avuto con il nostro mestiere ha subìto un cambio di passo. Un’informazione strutturata e professionale ha bisogno della verifica di ciò che stai raccontando. Abbiamo scoperto di avere ancora un ruolo e anche la paura di non avere le risposte esatte da dare”.

Perché non ci sono, secondo voi, donne nelle posizioni apicali dei giornali italiani?

Sechi: “C’è Agnese Pini alla Nazione, è bravissima. Spesso mi ritrovo a fare le riunioni come unico uomo. Ho nominato vicedirettore esecutivo Rita Lofano, corrispondente dagli Usa. Per me può fare l’agenzia al mio posto. Il problema non è più nostro, ma degli editori. Sta già succedendo, alla Reuters ad esempio con Alessandra Galloni.”

Feltri: “C’è una questione generazionale. Secondo me adesso sarebbe inconcepibile pensare che tra 15 anni saranno tutti uomini. Cinque anni fa nessuno si sarebbe posto questo problema. Oggi il disagio c’è, siamo consapevoli: ci sono poche donne nei ruoli apicali dei giornali. Ciò su cui non abbiamo ragionato sono le dinamiche sottostanti che producono questi esiti: come sono fatte le riunioni, le scelte, le gerarchie. Tendenzialmente, pensiamo i giornali per gli uomini perché, se vedete le statistiche, sono loro che leggono principalmente.

Cerasa: “Sono ottimista su questo fronte. Nessuno oggi davvero in riunione di redazione pensa se la proposta arriva da una voce maschile o femminile. Questo un tempo c’era. Nel nostro caso, al Foglio, non succede più.

È indifferente se c’è un articolo fatto da una firma femminile o maschile. Viceversa, ciò che deve fare chi guida un giornale è dare opportunità a tutti, dando la possibilità a tutti di lavorare in maniera uguale. Qualità, merito, ambizione: il compito dei Direttori è premiarli”.

Molinari: “Da quando ho avuto l’opportunità di ricoprire questo ruolo ho nominato due donne, non perché erano donne ma perché erano brave. All’interno del gruppo Gedi ci sono moltissime donne, è merito dei miei predecessori. Secondo me ci sarà una direttrice di Repubblica in futuro. Abbiamo anche molte donne che sperimentano nelle nuove tecnologie”.

Malaguti: “Il ragionamento sulle donne è aperto da pochi anni. Dentro ai giornali ci sono più uomini. Per diventare direttori ci vuole tempo, esiste un criterio di sensibilità che sta cambiando, è un dato di fatto. Massimo Giannini ha nominato 3 donne, responsabile della redazione romana e due vice. Scientificamente scegliamo tutti i giorni di mettere in prima almeno una firma femminile”.

Washington Post ha assunto due producer su Tik Tok. Voi ci siete o ci approderete?

Malaguti: “Ci siamo ma non ci siamo: ci andremo. Il problema è che tu devi raggiungere più persone possibili. Oggi entriamo nelle case attraverso gli smartphone, e dobbiamo sfruttare queste piattaforme. Tik Tok riguarda i ragazzi e i giornalisti, mediamente dei signori di una certa età, devono rimodulare le loro attitudini. Ogni giorno ci interroghiamo su come possiamo aumentare le platee delle varie piattaforme (Facebook, Instagram, Twitter). Ciò che non dobbiamo modificare è la qualità della fonte originaria. La persona che ti parla deve essere credibile. È la differenza che passa tra la comunicazione e l’informazione. La cosa più importante nei giornali è la gerenza, che indica il Tribunale a cui il lettore può rivolgersi in caso l’informazione non corrisponda al vero, uno schema a tutela di chi riceve l’informazione. Sui social non c’è”.

Molinari: “Abbiamo iniziato con un nostro redattore, non sembrava facile, poi abbiamo ingranato. Gli utenti di Tik Tok non avevano altre fonti e noi abbiamo offerto loro repubblica: è un passaggio non indifferente. C’è un pubblico che sta solo sui social network. Questo significa avere un linguaggio diverso. La scelta del Washington Post è giusta”.

Cerasa: “Non siamo su Tik Tok, e non ci andremo a breve. Non abbiamo la forza né l’interesse. Cerchiamo di fare contenuti di altissima qualità. Riuscire a sintetizzare in pochi secondi un’informazione, per noi, è molto difficile”.

Feltri: “Ammiro Gedi, fa bene a sperimentare queste piattaforme. Avessi le persone lo farei anch’io. La domanda è: come facciamo a far lavorare le piattaforme per noi piuttosto che il contrario? Instagram per ora è il posto più interessante. Qual è il modello di business sviluppatosi lì? L’influenza. Noi non possiamo farlo come giornali, non vendiamo la nostra influenza né la nostra reputazione per fare soldi”.

Pensiamo di tenere ancora lo scettro dell’informazione: quanto hanno senso le opinioni?

Malaguti: “Le opinioni hanno un senso totale, assoluto. Il problema di chi fa informazione è stabilire interazioni emotive. Avere un’identità, avere delle persone in cui chi legge si riconosce. Il punto vero, in questo momento, è la credibilità, e la costruisci attraverso persone credibili. L’informazione deve intercettare le sensibilità della società. Il tuo problema e la tua forza è quella di alzare la mano in una situazione, e dire che si sta andando in una direzione sbagliata. E questo lo fai con persone credibili. I social sono delle agenzie di stampa dell’io”.

Molinari: “La chiave è la qualità. Il numero di copie che Repubblica vende è molto inferiore ai click sul sito. Queste persone vengono a leggerci perché c’è la credibilità della carta. Veniamo da una stagione in cui pesa non la quantità delle informazioni, ma la qualità, cosa ci è scritto. Ogni articolo, ogni 10 righe, deve avere qualità. La sfida per il giornalista è approfondire, studiare e produrre e per i giornali. Inseguire la quantità e tralasciare la qualità sarebbe una grande trappola”.

Cerasa: “La parola chiave è identità. La capacità di veicolare opinioni di qualità che trasmettano l’identità di una testata. Il giornale non fa solo informazione, ma anche formazione. Bisogna dunque saper distinguere tra leadership (capacità di guidare i follower anche quando non credono in ciò che stai facendo) e followship (rinunciare a guidarli). Ragionare su un acronimo: panico. P come pazienza, a come audio, n come narcisismo, i come identità, o come Over the top, i rapporti con i giganti dell’informazione. Si può scommettere su come incentivare il narcisismo dei giornalisti senza che questo sia un problema della testata. Molti lettori seguono una testata. costruire attorno a ogni singolo giornalista l’attenzione su un giornale trasformandolo in un ambasciatore. La pazienza è un altro elemento, non bisogna mollare subito. Over the top (Google, Facebook, ecc): dobbiamo capire come rapportarci con loro. Oggi gli OTT hanno capito che qualcosa devono restituire agli editori. E, secondo me, in futuro grandi imprenditori faranno un grande passo: penso che lo Jeff Bezos di turno sarà in grado di comprarsi un giornale in Sud-America, in Europa e anche, forse, in Italia”.

La pandemia è stata una spinta a migliorarsi: come sta l’informazione oggi?

Malaguti: “La crisi ha riguardato tutti, ma la sfida che c’è oggi non c’è mai stata nei cento anni precedenti. Se non ti piace questa realtà, è meglio che tu cambi lavoro”.

Molinari: “Siamo sotto attacco. Le aggressioni ci dicono che c’è un estremismo nella sacca più intollerante che vede nella libera informazione dei nemici. È pericoloso. Ed ha un riflesso sui social. A fronte di una grande opportunità, dobbiamo proteggerci da questi pericoli che sono tra noi”.

Cerasa: “Esce dalla pandemia più vaccinata, al Foglio il 100% dei redattori è vaccinato. E ne esce con la consapevolezza che la stagione del terzismo non c’è più. Su alcune questioni che riguardano i valori delle istituzioni, il futuro, scegliere di non schierarsi significa già scegliere da che parte stare”.

Sechi: “Il più bel momento per fare giornalismo da quando ho cominciato. Il tempo è accelerato e compresso, il giornalismo è più vivo che mai. Sono in crisi alcuni modelli di business, ma stanno cambiando. Noi parliamo all’elite, che è quella che guida il mondo. Serve l’intelligenza e la competenza per guidare il mondo, le nazioni e rifare grande l’Italia, nel nostro caso”.

Feltri: “Si è chiusa una fase in cui i giornali erano strumenti di lotta politica, proiettili intellettuali. Tutta quella roba lì è finita. La pandemia ci ha ricordato che il nostro lavoro può fare la differenza tra la vita e la morte”.

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