L’orrore dello schiavismo e la speranza. Su Amazon arriva “The Underground Railroad”

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Una storia cruda che racconta la violenza ceca alla quale gli schiavi afroamericani hanno dovuto sottostare per secoli, ma anche una celebrazione della speranza che accompagna la ricerca della libertà. Questa è, solo in parte, una possibile definizione di The Underground Railroad, nuova serie tv prodotta da Brad Pitt e diretta Barry Jenkins (Oscar nel 2017 per Moonlight), tratta dall’omonimo romanzo vincitore del Premio Pulitzer di Colson Whitehead. Realizzata in 10 episodi, sarà disponibile dal 14 maggio su Amazon Prime Video.

La collocazione è quella della Georgia dell’800, nel periodo che precede la guerra di secessione. Al centro c’è la vicenda di Cora, giovanissima schiava nera ingiustamente accusata di omicidio, che fugge dalla piantagione di cotone dello spietato Ridgeway, il quale si mette alla sua ricerca. L’obbiettivo della ragazza è quello di raggiungere la fantomatica “ferrovia sotterranea”, attraverso cui, secondo quanto si vocifera, gli schiavi hanno la possibilità di raggiungere i territori liberi. Una storia in cui convivono personaggi apparentemente privi di pietà per la vita umana, come i proprietari delle piantagioni, ma anche uomini, perdipiù bianchi, che decidono di aiutare gli schiavi a riconquistare la propria libertà e quindi, la propria dignità di esseri umani. Le scene delle brutalità commesse dai padroni non lasceranno di certo molto spazio all’immaginazione, con una narrazione cruda ed intensa, allo scopo di colpire in maniera efficace lo spettatore e fargli comprendere, per quanto possibile, quali siano state le sofferenze provate da chi ha vissuto l’esperienza della schiavitù. Narrazione che si propone comunque di non scadere nel sensazionalismo, andando piuttosto a coniugare la crudeltà dell’oppressione con l’epica del riscatto e dell’affermazione di sé, in maniera non così distante dal modello di un capolavoro come 12 anni schiavo di Steve McQueen, vincitore dell’Oscar per il miglior film nel 2014.

“Per anni volevo portare sullo schermo questa storia tanto importante ma non trovavo il coraggio: il trauma generato dalla rappresentazione americana della schiavitù provocava in me un profondo senso di vergogna, non volevo creare anch’io immagini troppo efferate” spiega Jenkins (anch’esso afroamericano) nell’intervista riportata da Il Messaggero, “poi però ha prevalso l’urgenza di raccontare che cosa è stato lo schiavismo, e di farlo proprio adesso. Dovevo assolutamente cogliere l’opportunità storica che mi si presentava e rendere giustizia ai miei antenati che, con il loro olocausto, hanno costruito il nostro Paese”. Un’urgenza, quella del regista, dovuta soprattutto al momento storico che stanno affrontando gli Stati Uniti, appena usciti da 4 anni di presidenza di Donald Trump, nei quali le polemiche e gli scontri legati al tema razziale non sono certo mancati: “Negli ultimi anni siamo stati bombardati dallo slogan Make America Great Again. Ma quello che siamo lo dobbiamo al sacrificio di chi ci ha preceduto, e il tema dello schiavismo, ammesso che fosse affrontato, è sempre stato trattato in modo approssimativo, sbrigativo” afferma il regista.

A contribuire alla realizzazione della sceneggiatura è stato anche lo stesso Colson Whitehead, che ha supportato Jenkins ed il suo team nell’adattare il proprio libro al piccolo schermo. “Già alla fine del primo incontro con Barry (Jenkins), ho capito che il mio libro era in ottime mani” racconta lo scrittore, “tutti i cambiamenti che mi ha proposto avevano un senso e, una volta messi in pratica, ne hanno avuto ancora di più”.

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