Se Di Maio, come Renzi, vuole i partiti “fuori” dalla Rai

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Sventola bandiera gialla sul pennone di Viale Mazzini. Il Movimento 5 Stelle incassa alle politiche quasi 11 milioni di voti, e con oltre il 32% delle preferenze si consolida come primo partito d’Italia. E il leader dei pentastellati, Luigi Di Maio, si prepara alla salita al Colle per ricevere l’incarico dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Uno scenario da “Terza Repubblica”, per dirla con i grillini, che fa tremare le gambe a parecchi al settimo piano. E sì, perché a tingersi di giallo oltre al sud è anche il futuro della tv di Stato.

In cima ai pensieri Rai del Movimento 5 Stelle c’è la riforma della governance. L’obiettivo sbandierato – per dirla con Matteo Renzi – è sempre lo stesso: tenere i partiti fuori dalla Rai. Come? I candidati consiglieri (ne sono previsti cinque contro i sette della riforma Renzi) devono inviare all’Agcom un curriculum (si spera non con le poltrone collezionate ma con i risultati raggiunti nel settore) e una “tesina” sul servizio pubblico del futuro. Dovranno essere competenti, naturalmente, ma soprattutto indipendenti: non aver ricoperto cariche governative, politiche elettive e partitiche nei sette anni precedenti la nomina.

Raccolte le candidature, l’Agcom pubblica l’elenco dei candidati in possesso dei requisiti e “sorteggia i nominativi”. I fortunati, a quel punto, vengono ascoltati in un’audizione pubblica dalle commissioni parlamentari competenti (i grillini garantirebbero lo streaming), che a maggioranza dei 2/3 possono esprimere un parere sfavorevole e chiedere all’Agcom il sorteggio di un nuovo nominativo. Una procedura certamente più trasparente, che lascia comunque al Parlamento un “potere di veto” a fronte di una oggettiva inidoneità del candidato sorteggiato.  Un sorteggio a doppio turno, insomma, ed effettuato da un’Autorità i cui vertici sono nominati anch’essi dalla politica.

Ma chi della Rai gestisce i conti probabilmente teme ancor di più l’idea che i pentastellati hanno della mission editoriale del servizio pubblico. Fermo restando il canone – che ora è nella bolletta elettrica e finalmente lo pagano (quasi) tutti – nel mirino dei 5Stelle c’è la pubblicità. Via libera al modello BBC, insomma, con canali senza spot e mission solo di servizio pubblico. Al massimo, spazio a “un solo canale con pubblicità, con vincolo di destinazione degli introiti pubblicitari esclusivamente ai contenuti del canale e/o a iniziative e attività previamente individuate”. “Si tratta – si legge nel programma – di una soluzione in certa misura assimilabile al modello britannico di servizio pubblico, formato da un’emittente finanziata interamente con il canone e da un’altra finanziata con la pubblicità, ma con precisi obblighi di servizio pubblico sia in termini di programmazione sia in termini di investimenti”. Ma la tv di Stato di canali ne ha quattordici… La riforma Renzi non è ancora entrata pienamente in vigore e per Viale Mazzini è già tempo di controriforma…