Uccisione Floyd. Quotidiani Usa nel caos tra licenziamenti e rivolte in redazione

Le manifestazioni antirazziste seguite all'uccisione di George Floyd da parte della polizia, che stanno imperversando in tutti gli Stati Unit, stanno avendo ripercussioni non solo a livello politico e sociale ma anche all'interno delle redazioni dei maggiori giornali a stelle e strisce.

Se in strada i cronisti sono sempre più spesso oggetto di violenze e intimidazioni sia da parte della polizia che dei manifestanti, all'interno delle redazioni le tensioni non certo minori.

Al New York Times dopo la pubblicazione la scorsa settimana del controverso articolo firmato dal senatore repubblicano Tom Cotton, in cui si chiedeva l'intervento dell'esercito per spegnere le proteste, proprio come auspicato dal presidente Donald Trump, sono cadute le prime teste: il massimo responsabile della prestigiosa pagina delle opinioni e degli editoriali, James Bennet, ed il suo vice, Jim Dao hanno perso il posto dopo che la scelta di pubblicare l'opinione di Cotton aveva scatenato la rivolta della redazione.

Questi due siluramenti, lascia intendere l'editore, potrebbero essere solo l'inizio. "Abbiamo concordato che serve un nuovo team nel momento in cui stiamo affrontando un periodo di considerevoli cambiamenti", ha scritto in una nota l’editore del Times A.G. Sulzberger.

La guida della pagina delle opinioni viene quindi affidata, almeno per il momento, ad un altro dei vice, Katie Kingsbury, che dovrebbe svolgere il nuovo incarico fino alle elezioni presidenziali di novembre. Poi si vedrà.

La decisione al Times era nell'aria ed ha immediatamente scatenato l'ira del presidente americano. Su Twitter Trump si è scagliato contro il giornale più diffuso in America, accusandolo di mancanza di trasparenza e di promuovere disinformazione e fake news.

Del resto i rapporti col tycoon non sono stati mai facili, con il New York Times finito nella lista dei media "nemici del popolo" insieme a testate come il Washington Post o la Cnn.

La situazione non è molto più tranquilla anche in un altro grande giornale americano il Washington Post, di proprietà di Jeff Bezos. Qui la redazione del quotidiano della capitale si è divisa dopo che Wesley Lowery, premio Pulitzer 2016 e una star della newsroom per le sue inchieste sui temi della brutalità della polizia, ha lasciato il giornale dopo esser stato minacciato di licenziamento dal direttore Marty Baron. Del resto quest'ultimo è forse il direttore di quotidiani più illustre d’America, dopo aver fatto vincere il Pulitzer al Boston Globe per gli scoop sulla pedofilia del clero e tanti altri premi di eccellenza giornalistica al Washington Post. Aveva intimato a Lowery di attenersi alla linea editoriale della testata che vieta ai giornalisti di esprimere opinioni troppo personali su Twitter e in televisione.

Acque agitate, infine, anche al Philadelphia Inquirer, dove il direttore Stan Wischnowski si è dimesso dopo la pubblicazione di un articolo che analizzava gli effetti delle manifestazioni sul patrimonio immobiliare cittadino. L'articolo incriminato era intitolato "Buildings Matter, Too" (anche gli edifici importano). Il titolo, opera del critico dell’architettura interna al quotidiano, Inga Saffron, riprendeva lo slogan "Black Lives Matter" che da anni è il grido di battaglia delle proteste contro le ingiustizie spesso letali sofferte dai neri da parte della giustizia negli Usa.

Anche in questo caso i giornalisti sono insorti contro la decisione di pubblicare questo pezzo tanto che all'indomani della pubblicazione dell'articolo, lunedì scorso, i vertici del giornale, incluso Wischnowski, avevano pubblicato una nota di scuse in cui ammettevano che "il titolo era profondamente offensivo. Non avremmo dovuto stamparlo".

A pagare per tutti è stato il direttore Wischnowski che ha deciso di lasciare il timone dell'Inquirer dopo 10 anni alla guida del quotidiano.

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