Minacce a Borrometi. La corte d'appello condanna il boss di Vittoria

Nuova importante vittoria in tribunale per il giornalista Paolo Borrometi, più volte minacciato per via del suo lavoro di denuncia di mafia e malaffare.

La prima sezione penale della Corte d'Appello di Catania ha confermato la condanna comminata in primo grado per il  boss di Vittoria, Giovan Battista "Titta" Ventura, per minacce di morte e tentata violenza privata nei confronti del vice direttore dell'Agi. La corte d'appello ha inoltre riconosciuto la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso che invece non era stata riconosciuta in primo grado.

Ventura, considerato dalla Procura distrettuale antimafia di Catania il reggente del clan, comandato dal fratello Filippo, è in carcere, a seguito dell'operazione "Survivors" effettuata dalla Polizia di Ragusa nel settembre del 2017.

Ventura è stato condannato a un anno e dieci mesi di reclusione e al risarcimento delle parti civili, fra cui la Fnsi, assistita dagli avvocati Francesco Paolo Sisto e Roberto Eustachio Sisto.

I legali del sindacato dei giornalisti hanno espresso "massima soddisfazione per la sentenza della Corte d’Appello di Catania che, ancora una volta, sottolinea come la Federazione nazionale della Stampa italiana non si limiti a tutelare il giornalista contro atteggiamenti minacciosi tout court, ma addirittura contro atteggiamenti di stampo mafioso".

"Il ruolo istituzionale della Fnsi - hanno continuato gli avvocati - emerge ancor più come necessario perché alla libertà di stampa faccia eco la effettiva tutela di quella libertà a 360 gradi".

"Questa sentenza – affermano Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana – conferma la gravità delle aggressioni nei confronti di Paolo Borrometi, messo nel mirino per aver illuminato le zone del malaffare e dell'illegalità".

"Ti scippo la testa anche dentro la questura", aveva minacciato il boss Ventura, in uno dei tanti episodi contestati. I pentiti di mafia Giuseppe Pavone, Giuseppe Doilo e Rosario Avila avevano confermato lo spessore criminale di Ventura, definito "u'ziu, quello che comanda a Vittoria". Il boss, oltre al giornalista e alla Fnsi, dovrà anche risarcire l'Ordine dei Giornalisti nazionale e della Sicilia ed il Comune di Vittoria.

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