Social contro Trump. Anche Snapchat non promuoverà più i suoi post

Donald Trump sempre più solo contro i "social". Dopo Twitter anche Snapchat, ha preso posizione contro le ultime comunicazioni del presidente Usa. Dal social network, molto popolare soprattutto tra gli adolescenti americani, fanno sapere di aver "smesso di promuovere i contenuti del presidente" Trump dopo i suoi controversi commenti sulle proteste antirazziste e contro la violenza della polizia organizzate negli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd. Uno di questi commenti minacciava l'uso di "cani feroci" contro i manifestanti che stavano protestando vicino alla Casa Bianca.

"Non andremo ad amplificare le voci che incitano alla violenza razziale e all'ingiustizia facendo loro promozione gratuita", ha detto mercoledì Rachel Racusen, portavoce di Snap, società che possiede Snapchat.

L'account di Trump sarà dunque rimosso dalla sezione "Discover", dove vengono messi in evidenza contenuti informativi di persone celebri o che riguardano la politica. L'account di Trump su Snapchat ha circa 1,5 milioni di follower, e rimarrà comunque sulla piattaforma.

La decisione di Snapchat segue le orme di Twitter che, nei giorni scorsi, aveva segnalato come fuorviante un tweet di Trump sul voto per posta e ne aveva oscurato parzialmente un altro perché "esaltava la violenza", invocando spari sulla folla, che sta protestando anche violentemente in diverse città americane dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd.

Tra i social l'unico a non opporsi apertamente ai messaggi "incendiari" di Trump rimane dunque Facebook che, nonostante lo sciopero di centinaia di dipendenti in disaccordo con la linea aziendale, continua nella scelta di non "segnalare" i post incriminati per non ergersi ad "arbitro" della libertà di espressione.

Se da un lato Marc Zuckerberg non arretra di un centimetro sulla sua linea confermata anche nel corso di una videochiamata con i dipendenti ascoltata dal New York Times, in cui il manager ha parlato di una “decisione difficile”, ma “approfondita”, dall'altro continuano a piovere critiche. Le ultime sono arrivate da una trentina di ex dipendenti che hanno lavorato al social agli esordi, tra cui il primo responsabile della comunicazione, che hanno scritto una lettera aperta in cui accusano i vertici della compagnia – in primis Mark Zuckerberg – di "codardia".

"La leadership di Facebook - scrivono gli ex dipendenti nella lettera pubblicata dal NY Times - deve riconsiderare le propria condotta in materia di discorsi politici, cominciando dal fare i fact checking e dall'etichettare in modo esplicito i post dannosi". Gli ex dipendenti, la cui protesta fa seguito a quella degli attuali dipendenti, accusano Facebook di applicare un doppio sistema di regole: uno per i normali utenti, e uno più blando per gli esponenti politici. Così facendo, evidenziano, si “tradiscono gli ideali” della compagnia, che in origine voleva dare alle persone comuni una voce forte come quella dei loro governanti. Ora invece "Facebook sostiene che fornire avvertimenti sul discorso di un politico è inappropriato, ma la rimozione di contenuti dai cittadini è accettabile, anche se entrambi dicono la stessa cosa. Questa – si sottolinea nella lettera – non è una nobile posizione per la libertà. È incoerente e, peggio ancora, è codardo. Facebook dovrebbe tenere i politici a uno standard più elevato rispetto ai loro elettori".

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