“Noi video-maker, a rischio di insulti e aggressioni, chiediamo tutele e regole”

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Foto di lucasvieirabr da Pixabay

di Sofia Gadici da Professionereporter.eu Li chiamano “quelli con la telecamerina”. Sono giornalisti, professionisti e pubblicisti, che per raccontare storie usano le immagini e sono sempre in prima linea. Con la pioggia o con il sole portano sulle spalle uno zaino, dentro c’è il computer, il microfono, la telecamera, il modem portatile grazie al quale inviano i servizi alla redazione. Creano video, contributi sempre più richiesti dai giornali e sempre più “cliccati” dai lettori/utenti.

Cristina Pantaleoni, 37 anni, ci racconta la professione del giornalista videomaker. Luci e ombre di un settore moderno del mestiere giornalistico, che è poco tutelato. “Tutto nasce da un’idea, indaghiamo, cerchiamo fonti, facciamo interviste, montiamo i video seduti al bar, per terra, in macchina. Io non saprei raccontare una storia senza usare le immagini e poi – dice Pantaleoni – così è più divertente”.

No green pass – I rischi però non mancano. Lo scorso 30 agosto il giornalista di Repubblica Francesco Giovannetti è stato aggredito mentre svolgeva il suo lavoro a una manifestazione No Green pass. Per esprimere solidarietà a lui e a tutti i giornalisti vittime di violenze e intimidazioni la GVpress, Associazione italiana dei giornalisti-videomaker, presieduta proprio da Cristina Pantaleoni, ha organizzato un sit-in in piazza del Pantheon a Roma il 31 agosto.

“Le violenze contro i giornalisti – ci spiega Pantaleoni – sono sempre più frequenti. I videomaker, poi, sono particolarmente esposti perché mentre i giornalisti della carta stampata possono passare inosservati, noi con la nostra telecamera in mano siamo facilmente identificabili. Siamo preda di insulti e anche di aggressioni fisiche”.

Scarso rigore – L’accusa che questi giornalisti ricevono più frequentemente è quella di manipolare le dichiarazioni raccolte, di decontestualizzarle. L’accusa viene respinta, ma per Pantaleoni esistono casi limitati di scarso rigore professionale. Anche per questo, la categoria dei videomaker ha bisogno di un maggior riconoscimento, di tutele e anche di regole.

GVpress è nata quattro anni fa per fare fronte a un problema concreto. Data la natura mista del lavoro dei videomaker (non tradizionali giornalisti e nemmeno operatori) gli veniva impedito di entrare e lavorare nei palazzi romani del potere. “Io e un collega – ricorda la presidente di GVpress – non potevamo svolgere il nostro lavoro nei palazzi: alla Camera, al Senato, a Palazzo Chigi, ma anche le aule giudiziarie, si entra senza telecamera. Ci siamo parlati e abbiamo deciso che questa cosa doveva finire”.

Riparare da soli – L’associazione conta 76 membri, quasi tutti hanno rapporti di lavoro precari. C’è chi lavora per testate nazionali, chi per le agenzie di stampa, chi per programmi televisivi e chi è freelance. Si lavora quasi sempre “a pezzo”, a volte i video sono ben pagati (fino a 400 euro l’uno dalle grandi tv) e altre volte la retribuzione è misera (anche 20 euro a video). Se l’attrezzatura subisce qualche danno devono provvedere da soli alla riparazione. Se vengono coinvolti in procedimenti penali, spesso devono affrontarli senza aiuti.

La GVpress ha lo scopo, come ogni associazione di categoria, di unire le forze per raggiungere un obiettivo. “Chiediamo di essere riconosciuti e che i giornalisti videomaker siano inseriti nel contratto nazionale del lavoro – dice Pantaleoni- e deve essere fissato un tariffario, in base al tipo di prodotto realizzato, per evitare lo sfruttamento”. Infine, per porre un freno alla violenza contro i giornalisti, l’associazione chiede che venga riconosciuta un’aggravante per chi aggredisce un giornalista mentre sta svolgendo il suo lavoro.

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