Nomine Rai: De Bortoli sta “bene così”, mentre i partiti vanno in “Vietnam”

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Photo by Daniel Stuben. on Unsplash

Se le nomine Rai fossero un gioco, ad esempio il “sette e mezzo”, Ferruccio De Bortoli al mazziere risponderebbe “sto bene così, personalmente non ho alcuna intenzione di cambiare la mia condizione attuale”. Il che vuol dire che l’ex direttore del Corriere della Sera avrebbe le carte in regola per salire al settimo piano, magari con i galloni di presidente, ma il gioco di Viale Mazzini – come aveva già spiegato in passato – non gli piace. Chi invece è davvero interessato al gioco sono i partiti che nei prossimi giorni saranno convocati nelle Aule di Camera e Senato per indicare quattro consiglieri. Qui la partita è parecchio ingarbugliata, e infatti non c’è traccia della convocazione dei due rami del Parlamento. E a scattare una foto parecchio lucida della situazione è Lorenzo Marini su Il Foglio del 12 giugno scorso con un articolo dal titolo “Vietnam Rai”. Più che una partita a carte, una guerra.

VIETNAM – “Il Pd, come sempre, è scisso in correnti. Così, se in pole position per il Cda c’è sempre Francesca Bria, sostenuta da Andrea Orlando e Marianna Madia con un sì di massima di Enrico Letta, c’è un’altra parte che le rema contro. E guarda, come Valeria Fedeli, a Flavia Barca. Qualche chance, però, potrebbe averla anche l’ex direttore di Europa Stefano Menichini” racconta Marini sulle faide del Nazareno. “Ma il vero rebus sono i 5 Stelle. Ufficialmente non hanno alcun nome, ma nessuno ci crede. ‘Ne hanno almeno due, che stanno tenendo coperti’, sussurra un piddino esperto di tv. E nella loro scelta peserà l’opinione di Giuseppe Conte, oltre a quella di Stefano Buffagni”. E dopo i misteri dei grillini si passa al “centrodestra, dove ci sono due poltrone per tre. Il problema, per Matteo Salvini e Giorgia Meloni, è che Forza Italia questa volta non vuole stare a guardare. ‘Nel 2018 abbiamo rinunciato noi, questa volta tocca a loro’, dicono dal partito azzurro che, se sconta un gran calo di voti, ha però ancora una notevole truppa parlamentare: 78 deputati e 51 senatori. Anche grazie a loro – e forse anche a questo serve la federazione del centrodestra di governo lanciata da Salvini – il leader leghista vorrebbe sbarrare la strada a Giampaolo Rossi, l’abile e potente consigliere meloniano. ‘Dare un consigliere all’opposizione? La legge non lo dice…’, si vocifera nel Carroccio. Senza un accordo di coalizione, i voti Rossi non li ha. Fiutata la trappola (e già scottati dall’affaire Copasir), i meloniani hanno iniziato a far circolare veline al curaro nei confronti del consigliere leghista uscente Igor De Biasio. ‘C’è un enorme conflitto d’interessi, visto che dal 2019 è ceo di Arexpo…”, fanno notare da Fdi. Costringendo Salvini a pensare a un piano B. Infine ci sono i 48 renziani. Che faranno?” Un vero “Vietnam Rai”, insomma, dal quale sarebbe bene che una volta per tutte il Palazzo decidesse di ritirarsi.

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