Nomine Rai: se Ripa, Nardello e Vaccarono non timbrano il “ticket”

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Photo by Waldemar Brandt on Unsplash

C’era un tempo in cui i manager – facendo affidamento su qualche “aderenza” nei giornali – facevano carte false per entrare nel “totonomine” Rai. Lo stipendio era buono – intorno ai 700 mila euro l’anno – e il servizio pubblico recitava un ruolo centrale nel mondo dei media. Poi si sono affacciati i giganti del web, le tlc hanno cominciato a dotarsi a loro volta di piattaforme streaming e il settimo piano è diventato sempre meno allettante. Anche perché – elemento da non sottovalutare – i dirigenti Rai sono stati messi da qualche anno tutti sotto lo stesso “tetto” in Viale Mazzini: 240 mila euro lordi. Ecco dunque che, in vista del rinnovo dei vertici del servizio pubblico, è partita la corsa a sfilarsi dal totonomine.

CORSA ALLA SMENTITA – È accaduto con Elisabetta Ripa, amministratrice delegata di Open Fiber che finita nel calderone dei papabili ad della Rai ha fatto sapere – tramite il suo Gruppo – di essere “completamente focalizzata nel portare avanti il piano di Open Fiber, che sta operando con successo per contribuire alla riduzione del divario digitale italiano. La notizia è quindi da considerarsi priva di fondamento”. Poi è stata la volta di Carlo Nardello, che tramite Tim ha annunciato di non essere “interessato a eventuali candidature ai vertici di Viale Mazzini in quanto impegnato in Tim nell’importante contributo che sta dando per perseguire gli obiettivi che l’azienda si è data con il piano 2021-2023”. Ed ora a tirarsi fuori è anche Fabio Vaccarono, vice president di Google Italia, che spiega di non essere “intenzionato ad accettare alcun incarico in Rai”. Manca la smentita di Eleonora Andreatta in forza a Netflix – che forse non arriva perché è troppo affezionata alla sua Rai – e poi il cerchio dei “fuggitivi” dal totonomine Rai sarà chiuso.

LA STORIA DEL TETTO – Il messaggio per Palazzo Chigi – che dovrà individuare il nuovo ad – sta arrivando forte e chiaro. Se cercate un manager di primo livello disponibile a ricostruire la Rai dei migliori, levate di mezzo quel tetto agli stipendi che costringe l’ad alla stessa busta paga di tutta la prima fascia dei dirigenti di Viale Mazzini. Basta guardarsi in giro per capire che un amministratore delegato di una società in regime di competizione che gestisce 12 mila dipendenti e un fatturato di quasi tre miliardi l’anno, non può percepire lo stesso stipendio dei propri sottopancia, alcuni dei quali addirittura senza incarico… Chiamatela, se volete, equità, motivazione e buon senso. É vero che la Rai è una partecipata, ma è vero anche che ha emesso bond ed è soprattutto in competizione sul mercato. Dovrebbe stare fuori da quel perimetro della Pubblica amministrazione. E anche il suo “capo” andrebbe individuato a prezzi di mercato. E già che sfoglia il dossier Rai, Draghi potrebbe fare in modo che i partiti facciano finalmente un passo indietro. Ma forse sarebbe chiedere troppo anche a lui…

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