Nomine Rai: tra i tanti “no grazie” spunta anche Andrea Scrosati

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Andrea Scrosati, foto da streaming

C’era un tempo in cui i manager – facendo affidamento su qualche “aderenza” nei giornali – facevano carte false per entrare nel “totonomine” Rai. Lo stipendio era buono – intorno ai 700 mila euro l’anno – e il servizio pubblico recitava un ruolo centrale nel mondo dei media. Poi si sono affacciati i giganti del web, le tlc hanno cominciato a dotarsi a loro volta di piattaforme streaming e il settimo piano è diventato sempre meno allettante. Anche perché – elemento da non sottovalutare – i dirigenti Rai sono stati messi da qualche anno tutti sotto lo stesso “tetto” in Viale Mazzini: 240 mila euro lordi. Ecco dunque che, in vista del rinnovo dei vertici del servizio pubblico, è partita la corsa a sfilarsi dal totonomine. È accaduto con Elisabetta Ripa, amministratrice delegata di Open Fiber che finita nel calderone dei papabili ad della Rai ha fatto sapere – tramite il suo Gruppo – di essere “completamente focalizzata nel portare avanti il piano di Open Fiber, che sta operando con successo per contribuire alla riduzione del divario digitale italiano. La notizia è quindi da considerarsi priva di fondamento”. Poi è stata la volta di Carlo Nardello, che tramite Tim ha annunciato di non essere “interessato a eventuali candidature ai vertici di Viale Mazzini in quanto impegnato in Tim nell’importante contributo che sta dando per perseguire gli obiettivi che l’azienda si è data con il piano 2021-2023”. Ed infine a tirarsi fuori è stato anche (per due volte) Fabio Vaccarono, vice president di Google Italia, che spiega di non essere “intenzionato ad accettare alcun incarico in Rai”. “Sono molto onorato che venga fatto il mio nome in merito alla Rai ma, come già detto nelle scorse settimane, tengo a precisare che sono contento di essere in Google e credo che ci siano ancora tante cose da fare qui”. Stamane è la volta di non timbrare il “ticket” Rai per Andrea Scrosati, ex di Sky, direttore operativo del colosso dell’audiovisivo Fremantle. Anche se per la verità nel totonomine il suo nome non è che fosse così presente…

OGGI IMPENSABILE CAMBIARE – Se dovessero chiederle di guidarla cosa risponderebbe?, gli chiede su La Stampa Paolo Festuccia. “Risponderei – spiega Scrosati – che la Rai è un’azienda straordinaria e guidarne il cambiamento sarebbe un onore. Ma sono convinto che quando si inizia un percorso professionale serietà e trasparenza impongono di portarlo a termine senza abbandonare in corsa. L’impegno che ho assunto con Fremantle e il nostro azionista Bertelsmann di sostenere la crescita internazionale del nostro gruppo è una sfida che condivido con colleghi e partner di rara qualità professionale e umana. Per questo per me è oggi impensabile cambiare. Sono certo che il premier Draghi identificherà un team di manager che daranno alla Rai la centralità che si merita fino in fondo nel sistema culturale del paese”.

LA STORIA DEL TETTO – Il messaggio per Palazzo Chigi – che dovrà individuare il nuovo ad – sta arrivando forte e chiaro. Se cercate un manager di primo livello disponibile a ricostruire la Rai dei migliori, levate di mezzo quel tetto agli stipendi che costringe l’ad alla stessa busta paga di tutta la prima fascia dei dirigenti di Viale Mazzini. Basta guardarsi in giro per capire che un amministratore delegato di una società in regime di competizione che gestisce 12 mila dipendenti e un fatturato di quasi tre miliardi l’anno, non può percepire lo stesso stipendio dei propri sottopancia, alcuni dei quali addirittura senza incarico… Chiamatela, se volete, equità, motivazione e buon senso. É vero che la Rai è una partecipata, ma è vero anche che ha emesso bond ed è soprattutto in competizione sul mercato. Dovrebbe stare fuori da quel perimetro della Pubblica amministrazione. E anche il suo “capo” andrebbe individuato a prezzi di mercato. E già che sfoglia il dossier Rai, Draghi – al quale in molti in queste ore stanno chiedendo di optare per un interno a Viale Mazzini – potrebbe fare in modo che i partiti facciano finalmente un passo indietro. Ma forse sarebbe chiedere troppo anche a lui…

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