Notizie giudiziarie sotto controllo, l’Ordine si appella a Csm e Cassazione

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Carlo Bartoli, nuovo presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti - Foto da streaming

da Professionereporter.eu “A seguito dell’entrata in vigore del decreto sulla presunzione d’innocenza è necessaria la definizione di linee guida nazionali, chiare e trasparenti, per garantire il diritto dei cittadini di essere compiutamente informati in relazione ai procedimenti penali”. Il nuovo presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, ha scritto al vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura e al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, auspicando un loro intervento urgente affinché non cali il silenzio sulle inchieste, magari proprio quelle a carico di personaggi importanti.

Bartoli, pur condividendo l’obiettivo che si pone il decreto 188 del 2021, ovvero quello di assicurare “il diritto della persona sottoposta a indagini e dell’imputato a non essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”, ha evidenziato le forti preoccupazioni dei giornalisti di fronte ad un provvedimento che concentra nelle mani di una sola persona – il procuratore della Repubblica – la scelta di quali notizie l’opinione pubblica debba conoscere e quali no. In attesa che la normativa possa essere rivista e modificata, il presidente nazionale dell’Ordine auspica che Csm e Pg della Cassazione forniscano indicazioni per limitare al minimo la discrezionalità dei procuratori nella diffusione delle informazioni ed evitare “censure”.

Atti non coperti – L’articolo 114 del Codice di procedura penale stabilisce che “è sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto”. E lo stesso Csm nel 2018 ha emanato le “Linee-guida per l’organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale” nelle quali si prevede che per esercitare il diritto costituzionale di informazione, garantito dall’art. 21, il procuratore della Repubblica debba evitare che “possano essere sottratte alla conoscenza dell’opinione pubblica informazioni di interesse (in ragione della qualità dei soggetti coinvolti dalle indagini o della rilevanza dei fatti oggetto di accertamento)”.

L’applicazione della legge sulla presunzione d’innocenza voluta dal ministro della Giustizia Marta Cartabia sta già cambiando le modalità di comunicazione delle notizie di cronaca nera e giudiziaria. Diversi procuratori hanno già scritto o lo stanno facendo documenti rivolti a cronisti e forze dell’ordine.

Come racconta Manuela D’Alessandro in un servizio per l’Agi, il procuratore capo di Perugia, Raffaele Cantone scrive di essere “consapevole che norme così rigorose potranno limitare il diritto degli operatori dell’informazione all’accesso di notizie e, persino incentivare la ricerca di esse attraverso canali diversi, non ufficiali o persino non legittimi”.

Regolamentare l’accesso – Quindi annuncia un “rimedio” che segnerebbe un cambio radicale nel rapporto tra fonti e giornalisti: ”Sarà prossimamente emanato un provvedimento per regolamentare l’accesso diretto dei giornalisti agli atti d’indagine non più coperti da segreto”. Stando alla riforma, il procuratore può convocare una conferenza stampa solo quanto giudichi la notizia di “pubblico interesse”.

Così non ha ritenuto di fare nei giorni scorsi Pierpaolo Bruni, il magistrato alla guida del Procura di Paola. Secondo la sua valutazione, non era di “pubblico interesse” la notizia dell’arresto del presidente della Sampdoria Massimo Ferrero, che è stata diffusa da fonti investigative romane e non è stata poi approfondita da un incontro con la stampa nella città dove l’indagine è stata svolta. Alla richiesta di ulteriori dettagli sull’operazione, riferiscono i cronisti calabresi, il procuratore ha opposto un diniego, motivandolo con la nuova normativa sui rapporti coi media.

Sempre dal servizio Agi: i carabinieri hanno riferito ai giornalisti le decisioni del procuratore di Como, Nicola Piacente: “D’ora in avanti ogni comunicazione fatta da noi a voi dovrà necessariamente avere il preventivo assenso dell’autorità giudiziaria, che verrà concesso in presenza di due requisiti: che il soggetto interessato è da ritenersi innocente sino a intervenuta sentenza; che vi sia un pubblico interesse a diffondere la notizia stampa”.

Nomi degli arrestati – In alcune realtà lombarde non vengono più dati i nomi degli arrestati che, secondo la legge, possono essere resi noti solo quando sia necessario per garantire un’effettiva completezza dell’informazione, e notizie che prima in autonomia le forze dell’ordine ritenevano meritevoli di essere diffuse ora vengono bloccate dai procuratori.

A Milano e a Roma la Procure non hanno ancora espresso una posizione scritta. Il giudice Fabio Roia, presidente della sezione autonoma misure di prevenzione del Tribunale di Milano, affida all’Agi una dichiarazione che sembra segnare una distanza rispetto all’orientamento introdotto da Cartabia : “Ritengo che il problema della tutela dell’immagine dell’indagato o imputato debba trovare una soluzione sul piano deontologico dei diversi agenti che trattano la notizia con una sincera assunzione di responsabilità e un eventuale controllo stringente degli organismi disciplinari. La stampa deve svolgere sempre una funzione di controllo sulla vita pubblica e le compete il compito di far capire le conseguenze giuridiche rispetto ai profili di opportunità quando si svolgono accertamenti nei confronti di tutte le persone”.

Il sindacato lombardo dei giornalisti parla di “impatto devastante” della riforma e pone la questione che la pubblicazione di notizie proveniente da fonti confidenziali rischi di “mettere ‘fuorilegge’ il cronista che le ha diffuse”.

Repentina retromarcia – A Palermo, c’è stata una repentina retromarcia dopo una prima interpretazione molto restrittiva della legge per cui non venivano più dati i nomi delle persone arrestate. I comunicati della Questura del capoluogo siciliano, ma è solo un esempio perché in tutte le città sono dello stesso tenore dall’entrata in vigore della legge, iniziano con la formula: “Giova precisare che gli odierni indagati sono, allo stato, indiziati in merito al reato contestato e che la loro posizione sarà definitiva solo dopo l’emissione di una, eventuale, sentenza passata in giudicato, in ossequio al principio costituzionale dell’innocenza”.

A Taranto, due giorni fa i carabinieri hanno arrestato un uomo che aveva violato il divieto di avvicinamento ai genitori per due volte in tre giorni perché li picchiava. È stato fermato in flagranza di reato ma nel comunicato le forze dell’ordine hanno parlato di “presunta violazione del divieto di avvicinamento”. A Cagliari, il modello prefigurato dalla nuova legge era già stata introdotto un anno e mezzo fa dall’ex procuratrice Alessandra Pelagatti che, dopo una fuga di notizia giudicata grave, aveva accentrato il potere di comunicare le informazioni nelle mani del capo dell’ufficio.

Per il procuratore di Napoli Giovanni Melillo la legge è molto buona in ottica garantista. “È un passaggio di grande valore culturale ed etico, che tutti dovrebbero accompagnare nella sua pratica realizzazione con consapevolezza e ancor più grande responsabilità”, ha dichiarato al Foglio.