Novak Djokovic e l’assurda vicenda in cui perdono tutti

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Novak Djokovic, numero uno al mondo di tennis - Foto da wikimedia commons

È finita così, con il mesto abbandono dell’Australia da parte di Nole, costretto per il momento a rimandare l’appuntamento con il 21º titolo Slam in carriera che gli permetterebbe di staccare in vetta gli eterni rivali Roger Federer e Rafa Nadal. Dopo interminabili giorni di polemiche, dichiarazioni, processi e appelli si è chiusa definitivamente la querelle relativa alla partecipazione di Novak Djokovic agli Australian Open di tennis. La Corte Federale australiana ha infatti revocato il visto del numero uno della classifica mondiale, impedendogli di restare nel Paese e quindi di prendere parte al prestigioso torneo, causa mancata vaccinazione anti-Covid. Una vicenda dalle tinte grottesche che era iniziata già alcune settimane fa quando, prima di essere bloccato in aeroporto dalle autorità, il campione serbo, nonostante la regola che imponeva di essere vaccinati per poter giocare a Melbourne, aveva ricevuto una cosiddetta esenzione medica che gli avrebbe permesso di partecipare senza problemi al torneo.

Da lì lo scoppio di uno tsunami di polemiche a livello internazionale, tra tennisti che lamentavano un’inaccettabile disparità di trattamento, ma soprattutto gente comune che si chiedeva se le regole anti-Covid valessero allo stesso modo per le superstar mondiali dello sport come per i comuni mortali che gradirebbero magari viaggiare anche in tempo di pandemia. Poi, le proteste si spostavano dal lato di Djokovic e famiglia, con la madre che denunciava il pessimo trattamento riservato al figlio all’interno dell’albergo dell’aeroporto di Melbourne in cui era tenuto in isolamento in attesa del giudizio della Corte ed il padre che passava direttamente al misticismo innalzando il campione a martire caduto per difendere la libertà di scelta di non vaccinarsi.

Cosa rimane quindi di questa storia ai limiti del surreale? Rimane che a pensarci bene nessuno ne esce vincitore. Il primo sconfitto è, ovviamente, proprio Djokovic, a cui la pretesa di giocare pur non essendo vaccinato costa, oltre al danno sportivo, anche un enorme danno d’immagine a livello mondiale, da cui conseguiranno perdite economiche stimabili nell’ordine dei milioni di dollari tra tornei saltati, sponsor persi e quant’altro. Ad uscire con le ossa rotte da questa storia è però anche l’organizzazione degli Australian Open, che prima aveva deciso chiudere le porte ai tennisti non vaccinati e poi aveva accettato l’esenzione medica presentata dal fuoriclasse serbo senza batter ciglio, mandando così su tutte le furie buona parte degli altri giocatori (rigorosamente vaccinati) impegnati nel torneo.

E se vogliamo allargare ancor di più il campo, a perdere in questo caso è anche l’intero mondo del tennis internazionale, cannibalizzato nelle ultime settimane dalle roventi discussioni sul caso Djokovic, tra aule di tribunale, alberghi aeroportuali, conferenze stampa al vetriolo, sentenze e ricorsi. Tutti sembrano essersi dimenticati del fatto che in teoria ci sarebbe anche un torneo dello Slam da giocare, già iniziato, che seppur orfano del numero uno del mondo avrà comunque il suo fascino e i suoi campioni da sfoggiare. Nuove schermaglie extra-campo sono tuttavia già dietro l’angolo, e per gli appassionati del filone ci sarà abbondante tempo nei prossimi mesi per tornare a parlare di questioni di politica sportiva mista a misure sanitarie, visto che il calendario del tennis è fitto di appuntamenti in giro per il pianeta e gli Slam da giocare saranno ancora tre, ognuno dei quali dovrà per forza di cose prendere una decisione in merito ai giocatori non vaccinati.

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