Obesità infantile: junk food e pubblicità, un matrimonio da stroncare

0
672

Il Regno Unito ci aveva già pensato nel 2007, quando vietò tutte le pubblicità di “cibo spazzatura” durante le trasmissioni per bambini o comunque durante trasmissioni con almeno un 20% di pubblico infantile. Ed è di novembre 2020 la notizia che avrebbe posto un veto anche alle pubblicità sull’online, arrivando ad un bando totale di qualsivoglia promozione di cibi lavorati e industriali ricchi di grassi, sale e zuccheri. Un divieto analogo è presente anche in Svezia e in Corea del Sud.

Ora, uno studio dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri riportato da Il Fatto Alimentare ieri a firma Sara Rossi afferma che ben l’80% degli spot mandati in onda in Italia durante i programmi per bambini non rispetta affatto le linee guida del modello europeo dei nutrienti (WHO-Enpm), organismo indipendente promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per limitare la promozione ad un pubblico di giovani e giovanissimi di alimenti e bevande non salutari. E se prendiamo in considerazione le linee guida concordate invece con le aziende leader del settore alimentare per scopi analoghi, la percentuale di spot comunque non conformi scende al 50%.

Cosa si intende esattamente per “cibo spazzatura”? L’espressione inglese “Junk Food” fu coniata per la prima volta nel 1951 da Michael Johann Jacobson per indicare alimenti industriali, altamente lavorati e a bassissimo valore nutrizionale e ricchi di “nutrienti cattivi” come grassi saturi, sale, zuccheri, legati al rischio di sviluppare patologie croniche quali obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, depressione e alcuni tipi di cancro.

Ma noi abbiamo la dieta mediterranea. L’obesità non ci tange. E invece pare proprio che l’Italia sia il fanalino di coda in Europa per obesità infantile con una percentuale di bambini in sovrappeso del 20,4% e di bambini obesi del 9,4%, compresi i gravemente obesi che rappresentano il 2,4%. Sono i dati nazionali dell’ultima indagine “Okkio alla Salute”, il sistema di sorveglianza nazionale coordinato dal Centro Nazionale per la Prevenzione delle malattie e Promozione della Salute (CNaPPS) dell’ISS ed è stato di recente designato come centro di riferimento OMS sull’ Obesità infantile. I dati si riferiscono al 2019 e sono stati presentati il 10 novembre scorso.

L’indagine è stata condotta su un campione rappresentativo di oltre 50mila bambini in età scolare e altrettante famiglie e i dati sono sconfortanti: quasi un bambino su due non fa una colazione adeguata, uno su quattro beve quotidianamente bevande zuccherate e gassate (sì, proprio quelle interessate dalla “sugar tax”, bocciata a più riprese in sede legislativa) e consuma frutta e verdura meno di una volta al giorno (le linee guida per una dieta sana consigliano almeno 5 porzioni giornaliere). Quasi la metà dei bambini consuma snack dolci più di 3 volte a settimana, e passa più di 2 ore al giorno davanti a TV, tablet o smartphone.

In un contesto simile i dati dell’indagine dell’Istituto Mario Negri dovrebbero suonare come un enorme campanello d’allarme: “più del 70% delle pubblicità trasmesse durante programmi dedicati ai bambini commercializza dolci e snack, nessuno dei quali risulta conforme alle linee guida del WHO-ENPM”, recita lo studio, e addirittura che la minore aderenza alle linee guida è evidente soprattutto durante la trasmissione di cartoni animati. Come dire, insegniamo la corretta nutrizione fin da piccoli. O forse no.

Nessuna pubblicità di frutta e verdura, ma solo di merendine, patatine, caramelle, cioccolato, fast food e affini. “Un mezzo di comunicazione di massa come la televisione può avere un forte impatto diseducativo sui bambini, fascia della popolazione particolarmente vulnerabile e sprovvista degli strumenti necessari per un’analisi critica”. A dirlo nel comunicato stampa dell’Istituto Mario Negri la dr.ssa Silvia Scaglioni, nutrizionista pediatrica della Fondazione De Marchi e coautrice dell’articolo sullo studio condotto dall’Istituto pubblicato dalla prestigiosa rivista Public Health Nutrition.

Ok, i bambini non mangiano frutta e verdura e preferiscono le merendine e il cioccolato, non è una novità. Ma educarli fin da piccoli ad una sana alimentazione – e magari cogliere l’occasione di educare anche i loro genitori – potrebbe avere un impatto che va ben al di là degli introiti pubblicitari e del palinsesto televisivo. Basti pensare che in Italia, ciascun paziente diabetico costa al Servizio sanitario nazionale 2.589 euro l’anno e le terapie costano al Sistema Sanitario Nazionale attorno al 9% del bilancio, ovvero circa 8,26 miliardi di euro ogni anno (fonte diabete.net). E l’obesità? Secondo dati OCSE rilanciati dall’ISS, gli obesi costano allo Stato italiano circa 9 miliardi di euro l’anno, tra spese aggiuntive del Servizio sanitario nazionale e assenteismo per malattia. Una persona in sovrappeso, mediamente, rappresenta una spesa aggiuntiva per l’assistenza sanitaria di 450-550 euro a testa. Parliamo di quasi 16 miliardi di euro di spesa legati a stili di vita sbagliati.

Non sarebbe forse il momento che le istituzioni scendessero in campo seriamente, per dare linee guida precise a tutela della salute dei minori e per limitare la sovraesposizione a contenuti nocivi, sia in TV che sul web?